23/04/2026
“𝑫𝑨𝑳 𝑻𝑬𝑪𝑵𝑰𝑮𝑹𝑨𝑭𝑶 𝑨𝑳𝑳’𝑨𝑰: 𝑪𝑶𝑺𝑨 𝑹𝑬𝑺𝑻𝑨 𝑫𝑬𝑳 𝑷𝑹𝑶𝑮𝑬𝑻𝑻𝑶?”
“Prima del render, c’era una linea. E raccontava tutto.”
C’è un oggetto nel mio studio che non è mai stato soltanto uno strumento.
Il mio Heron Parigi A.90 Studio — insignito del Compasso d’Oro ADI nel 1979 — affiancato dal braccio pantografico “Zucor” e dallo sgabello “Trattore” di Zanotta, è qualcosa di più: è un testimone silenzioso del mio percorso. Un compagno fedele, discreto, sempre presente.
Fin dai primi anni di architettura è stato lì, sotto le mie mani, mentre attraversavo notti dense di pensiero e passione. Su quel piano inclinato sono nati progetti, idee, sogni. Ogni linea tracciata era un frammento di futuro.
E oggi, a distanza di anni, è ancora lì. Vivo. Come un vecchio parente che non invade, ma accoglie. Un luogo intimo, dove le idee tornano a essere fragili, autentiche, ancora da scoprire.
Il mio rapporto con il disegno, però, non è nato lì.
Ricordo le prime squadrette “Vittorio Martini” sul tavolo della cucina, durante gli anni da geometra. Poi quella tavola improvvisata, rivestita in formica bianca, incastrata tra il letto e la parete della mia camera di Reggio Calabria: un primo tentativo di ergonomia, ancora imperfetto ma necessario.
Con il tempo m’inventai una struttura in ferro, smontabile, progettata e realizzata con cura quasi artigianale. Sopra, una tavola in multistrato melamminico e la riga parallela: il mio primo vero tavolo da disegno.
E infine, il tecnigrafo. Un regalo importante, ricevuto in regalo dai miei fratelli, Gino e Salvatore, dopo un traguardo di studi raggiunto. Da quel momento, tutto cambiò.
Disegnavo per giornate intere. Notti comprese. Altro che otto ore! Alla fine avevo mal di schiena, ma anche una soddisfazione profonda. Perché quei disegni parlavano. Avevano una voce. Raccontavano la geometria pura del pensiero.
Conservo ancora gli strumenti di allora: i pennini Ko-I-Nor, gli isografi Rotring da 0.2, 0.3, 0.5. E il ricordo della carta lucida, della china, dello spolvero su carta pane… un rituale lento, preciso, quasi meditativo.
Oggi progetto con strumenti digitali avanzati. Autocad, Archicad, Cinema 4D. E ora anche l’intelligenza artificiale, capace di restituire in pochi secondi immagini perfette, credibili, sorprendenti.
Il progresso ha migliorato moltissimo il nostro lavoro. Ha reso più veloci i processi, più accessibili gli strumenti, più ampie le possibilità.
Ma qualcosa, forse, si è trasformato.
Il disegno manuale ti faceva crescere. Progetto dopo progetto. Ti costringeva a capire, a costruire, a sbagliare. Ti insegnava il linguaggio dell’architettura: piante, prospetti, sezioni, assonometrie, prospettive.
Oggi quel linguaggio rischia di perdersi, sostituito da prompt sempre più efficaci. Strumenti potenti, sì. Ma che, se non guidati da una solida cultura progettuale, rischiano di produrre risultati impeccabili… e vuoti.
Non è nostalgia. È consapevolezza.
Perché il futuro non sta nel rifiutare la tecnologia, ma nel saperla abitare con profondità. Nel mantenere viva quella capacità di pensare, prima ancora che produrre.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, ogni tanto torno lì. Al mio tecnigrafo.
Per ricordarmi che prima di ogni render, prima di ogni algoritmo, c’è sempre una linea.
E dietro quella linea, una storia di vita vera.