Programma Casarch

Programma Casarch Lo studio “Programma Casarch” dal 1999 opera in più ambiti dell'architettura.

𝐏𝐈𝐂𝐂𝐎𝐋𝐈 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈 𝐄 𝐒𝐏𝐎𝐏𝐎𝐋𝐀𝐌𝐄𝐍𝐓𝐎: 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐃𝐈 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐑𝐄, 𝐁𝐈𝐒𝐎𝐆𝐍𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐎𝐒𝐂𝐄𝐑𝐄 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀𝟓𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐟𝐚𝐦...
19/08/2026

𝐏𝐈𝐂𝐂𝐎𝐋𝐈 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈 𝐄 𝐒𝐏𝐎𝐏𝐎𝐋𝐀𝐌𝐄𝐍𝐓𝐎: 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐃𝐈 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐑𝐄, 𝐁𝐈𝐒𝐎𝐆𝐍𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐎𝐒𝐂𝐄𝐑𝐄 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀

𝟓𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐢𝐯𝐨. 𝐌𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨?

La domanda nasce dalla recente misura destinata ai Comuni con meno di 5.000 abitanti e dal dibattito che ne è seguito.
Cinquantamilioni di euro possono sembrare una cifra importante. Ma se rapportata alla vastità del fenomeno e al numero dei piccoli Comuni interessati, assume una dimensione molto più contenuta. Soprattutto, il problema dello spopolamento non può essere ricondotto esclusivamente alla capacità delle famiglie di sostenere alcune spese.
𝐋𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞.
E come tale dovrebbe essere affrontato.
𝐍𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚.
Questo è probabilmente il primo punto da cui partire.
Un piccolo Comune costiero a forte vocazione turistica non presenta le stesse condizioni di un Comune collinare dell'entroterra, di un borgo montano o di un centro posto a pochi chilometri da una città più grande.
Ci sono Comuni nei quali il problema principale è la mancanza di occupazione; altri soffrono per la progressiva riduzione dei servizi; altri ancora hanno un patrimonio edilizio abbandonato ma una posizione territoriale potenzialmente strategica.
In alcuni casi pesa la difficoltà dei collegamenti, in altri la carenza di strutture sanitarie o scolastiche, in altri ancora l'assenza di attività economiche capaci di generare occupazione stabile.
A questi fattori si aggiungono spesso fenomeni tra loro collegati: perdita di popolazione, chiusura degli esercizi commerciali, riduzione dei servizi, progressivo degrado del patrimonio edilizio e conseguente ulteriore perdita di attrattività.
Per questo motivo appare difficile pensare che 𝐮𝐧'𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚, 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢.
𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢.
È un principio apparentemente banale, ma che troppo spesso viene dimenticato quando si affrontano problemi complessi.
In campo edilizio, nessun professionista serio dovrebbe intervenire su una patologia senza aver prima cercato di comprenderne la causa.
L'umidità di una muratura, per esempio, non è semplicemente una macchia da eliminare. È un fenomeno che deve essere indagato, interpretato e ricondotto alla propria origine. Solo successivamente si può progettare un intervento e verificarne nel tempo l'efficacia.
𝐒𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐫𝐞.
Lo stesso principio, a una scala completamente diversa, dovrebbe valere per i territori.
Prima di decidere come investire risorse pubbliche occorrerebbe conoscere, Comune per Comune, 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢.
Non per produrre l'ennesima montagna di relazioni, ma per evitare di spendere risorse senza una precisa direzione.
𝐑𝐢𝐮𝐬𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚.
È proprio qui che diventa interessante una distinzione spesso trascurata nel dibattito pubblico: 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐢𝐧𝐨𝐧𝐢𝐦𝐢.
Il riuso interviene sull'esistente, attraverso opere di conservazione, adeguamento e miglioramento. La rigenerazione, invece, riguarda una dimensione più ampia: coinvolge interi ambiti territoriali e richiede il coordinamento di interventi fisici, politiche economiche e sociali e una programmazione capace di mantenere nel tempo le azioni intraprese.
La differenza è sostanziale.
𝐔𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐨𝐦𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐥𝐢.
Se si finanzia una famiglia, si recupera un'abitazione, si sistema una strada o si realizza una singola opera pubblica senza inserirla in una strategia complessiva, si possono certamente ottenere risultati positivi, ma non necessariamente si produce rigenerazione.
La rigenerazione richiede una visione d'insieme.
𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐞𝐝𝐢𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚.
Ed è proprio sul patrimonio esistente che, a mio avviso, bisognerebbe concentrare una parte importante della riflessione.
Molti piccoli Comuni possiedono un patrimonio abitativo considerevole, spesso sottoutilizzato, inutilizzato o degradato.
Recuperare queste abitazioni significa certamente migliorare il patrimonio edilizio. Ma può significare molto di più: 𝐫𝐢𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢, 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞.
Naturalmente, anche in questo caso non basta incentivare genericamente il recupero.
Occorre capire 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐞𝐝𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞, 𝐝𝐨𝐯𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐦𝐨𝐝𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐚 𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞.
È la differenza tra finanziare un intervento e progettare un processo.
𝐋𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐨𝐧𝐨. 𝐌𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐞.
Il problema, quindi, non è stabilire se 50 milioni siano tanti o pochi.
Il problema è 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐚𝐟𝐟𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞.
Forse sarebbe più utile immaginare strumenti capaci di mettere insieme più Comuni, strutture tecniche qualificate e competenze multidisciplinari, evitando che ogni piccola amministrazione debba affrontare autonomamente una macchina amministrativa sempre più complessa.
E forse sarebbe necessario costruire, per ciascun territorio, una sorta di vera e propria 𝐝𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞: popolazione, abitazioni, servizi, infrastrutture, attività economiche, patrimonio edilizio, mobilità, vocazioni turistiche e produttive, criticità ambientali e possibilità concrete di sviluppo.
Non una relazione fine a sé stessa.
𝐔𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐚 𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞.
𝐃𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐠𝐧𝐨𝐬𝐢 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨.
È questo, in fondo, il principio che dovrebbe accompagnare qualsiasi processo serio di trasformazione.
Prima si conosce lo stato di fatto.
Poi si individuano le cause delle criticità.
Successivamente si definiscono le priorità, si progettano gli interventi, si stabiliscono le risorse necessarie e, infine, si verifica nel tempo se ciò che è stato realizzato sta realmente producendo gli effetti attesi.
È un metodo che appartiene naturalmente alla cultura della progettazione e della diagnosi tecnica.
Ed è anche il principio alla base di esperienze professionali specialistiche come il 𝐏.𝐈.𝐔. – 𝐏𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐔𝐦𝐢𝐝𝐢𝐭𝐚̀, nato proprio dalla necessità di non trattare una patologia edilizia attraverso soluzioni standardizzate, ma attraverso un percorso che parte dalla diagnosi dello stato di fatto, individua le cause, definisce l'intervento più coerente con le caratteristiche dell'edificio e ne verifica nel tempo l'evoluzione.
𝐋𝐚 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚, 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐧𝐨: 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐢𝐫𝐞 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐬𝐮 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞.
𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐨𝐥𝐝𝐢. 𝐒𝐞𝐫𝐯𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚.
Lo spopolamento dei piccoli Comuni è probabilmente uno dei problemi territoriali più complessi che l'Italia dovrà affrontare nei prossimi anni.
Non esiste una soluzione unica.
Servono risorse economiche, certamente. Ma servono anche servizi, infrastrutture, occupazione, scuola, sanità, mobilità, recupero del patrimonio edilizio e soprattutto una capacità di programmazione che sappia tenere insieme questi elementi.
Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a intervenire sulle singole conseguenze senza riuscire ad affrontare le cause.
𝐔𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚𝐝 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. 𝐓𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚𝐝 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐥𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞, 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞, 𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚𝐝 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨.
Ed è forse da questa domanda, più che dalla semplice entità dello stanziamento, che dovrebbe partire una vera politica per i piccoli Comuni.

“𝑫𝑨𝑳 𝑻𝑬𝑪𝑵𝑰𝑮𝑹𝑨𝑭𝑶 𝑨𝑳𝑳’𝑨𝑰: 𝑪𝑶𝑺𝑨 𝑹𝑬𝑺𝑻𝑨 𝑫𝑬𝑳 𝑷𝑹𝑶𝑮𝑬𝑻𝑻𝑶?”“Prima del render, c’era una linea. E raccontava tutto.”C’è un oggetto ...
23/04/2026

“𝑫𝑨𝑳 𝑻𝑬𝑪𝑵𝑰𝑮𝑹𝑨𝑭𝑶 𝑨𝑳𝑳’𝑨𝑰: 𝑪𝑶𝑺𝑨 𝑹𝑬𝑺𝑻𝑨 𝑫𝑬𝑳 𝑷𝑹𝑶𝑮𝑬𝑻𝑻𝑶?”
“Prima del render, c’era una linea. E raccontava tutto.”

C’è un oggetto nel mio studio che non è mai stato soltanto uno strumento.
Il mio Heron Parigi A.90 Studio — insignito del Compasso d’Oro ADI nel 1979 — affiancato dal braccio pantografico “Zucor” e dallo sgabello “Trattore” di Zanotta, è qualcosa di più: è un testimone silenzioso del mio percorso. Un compagno fedele, discreto, sempre presente.
Fin dai primi anni di architettura è stato lì, sotto le mie mani, mentre attraversavo notti dense di pensiero e passione. Su quel piano inclinato sono nati progetti, idee, sogni. Ogni linea tracciata era un frammento di futuro.
E oggi, a distanza di anni, è ancora lì. Vivo. Come un vecchio parente che non invade, ma accoglie. Un luogo intimo, dove le idee tornano a essere fragili, autentiche, ancora da scoprire.
Il mio rapporto con il disegno, però, non è nato lì.
Ricordo le prime squadrette “Vittorio Martini” sul tavolo della cucina, durante gli anni da geometra. Poi quella tavola improvvisata, rivestita in formica bianca, incastrata tra il letto e la parete della mia camera di Reggio Calabria: un primo tentativo di ergonomia, ancora imperfetto ma necessario.
Con il tempo m’inventai una struttura in ferro, smontabile, progettata e realizzata con cura quasi artigianale. Sopra, una tavola in multistrato melamminico e la riga parallela: il mio primo vero tavolo da disegno.
E infine, il tecnigrafo. Un regalo importante, ricevuto in regalo dai miei fratelli, Gino e Salvatore, dopo un traguardo di studi raggiunto. Da quel momento, tutto cambiò.
Disegnavo per giornate intere. Notti comprese. Altro che otto ore! Alla fine avevo mal di schiena, ma anche una soddisfazione profonda. Perché quei disegni parlavano. Avevano una voce. Raccontavano la geometria pura del pensiero.
Conservo ancora gli strumenti di allora: i pennini Ko-I-Nor, gli isografi Rotring da 0.2, 0.3, 0.5. E il ricordo della carta lucida, della china, dello spolvero su carta pane… un rituale lento, preciso, quasi meditativo.
Oggi progetto con strumenti digitali avanzati. Autocad, Archicad, Cinema 4D. E ora anche l’intelligenza artificiale, capace di restituire in pochi secondi immagini perfette, credibili, sorprendenti.
Il progresso ha migliorato moltissimo il nostro lavoro. Ha reso più veloci i processi, più accessibili gli strumenti, più ampie le possibilità.
Ma qualcosa, forse, si è trasformato.
Il disegno manuale ti faceva crescere. Progetto dopo progetto. Ti costringeva a capire, a costruire, a sbagliare. Ti insegnava il linguaggio dell’architettura: piante, prospetti, sezioni, assonometrie, prospettive.
Oggi quel linguaggio rischia di perdersi, sostituito da prompt sempre più efficaci. Strumenti potenti, sì. Ma che, se non guidati da una solida cultura progettuale, rischiano di produrre risultati impeccabili… e vuoti.
Non è nostalgia. È consapevolezza.
Perché il futuro non sta nel rifiutare la tecnologia, ma nel saperla abitare con profondità. Nel mantenere viva quella capacità di pensare, prima ancora che produrre.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, ogni tanto torno lì. Al mio tecnigrafo.
Per ricordarmi che prima di ogni render, prima di ogni algoritmo, c’è sempre una linea.
E dietro quella linea, una storia di vita vera.

Indirizzo

Via Petraro, 8
Falerna
88042

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