11/04/2026
Gratteri, minuscolo borgo delle Madonie con poco più di 850 anime, sorge nella città metropolitana di Palermo come un antico agglomerato arroccato a mezza costa, che domina la costa tirrenica dall’altopiano montano posto a sud‑ovest di Cefalù. Il suo territorio, incluso nel Parco delle Madonie, confina con Cefalù a nord e nord‑ovest, Lascari a nord‑ovest, Collesano a ovest e sud‑ovest e Isnello a est e sud‑est, racchiuso in un paesaggio di rocce, selve e antichi sentieri. Il nome, in siciliano “Ratteri”, è avvolto da diverse ipotesi: secondo il maestro Francesco Maurolico la città di Gratteri deriverebbe dal monte chiamato Cratos o Craton, mentre altri indicano il torrente Crati, che scendendo da Pizzo di Pilo attraversa l’abitato, come probabile origine del toponimo.
Le tracce di frequentazione risalgono alla tarda età del bronzo o all’inizio dell’età del ferro, documentate dal ritrovamento di un “ripostiglio” con otto asce piatte, due asce ad occhio con penna incurvata e un grosso anello, oggi custoditi nel Museo di Palermo, che lasciano pensare all’esistenza di un emporio per gli scambi tra insediamenti montani e territori costieri. Il geografo Filisto, nel IV secolo a.C., ricorda un centro di Craterius oppidum Siciliane che potrebbe identificarsi con il territorio di Gratteri, mentre per il periodo compreso tra il I secolo d.C. e l’invasione araba resta solo il segnale di una moneta romana del II secolo trovata in contrada Suro. Con l’arrivo dei Normanni nel 1059, portati da Roberto il Guiscardo e organizzati politicamente da Ruggero I d’Altavilla, la Sicilia conobbe un nuovo assetto economico, sociale, giuridico e amministrativo, che coinvolse anche Gratteri, già soggetto al vescovado di Troina e poi alla diocesi di Messina, con la nascita di abbazie come Sant’Anastasia e San Giorgio e la costruzione di chiese come Sant’Elia, San Nicolò e Sant’Icono.
Il primo signore di Gratteri fu un certo Guglielmo, ricordato in un diploma della contessa Adelasia del 1112; il feudo passò poi ai signori di Monforte fino al 1250, quando Manfredi, figlio di Federico II, affidò le terre di Gratteri e Isnello alla chiesa metropolitana di Palermo. Successivamente il feudo finì alla famiglia Ventimiglia, che entrò in conflitto con il vescovo di Cefalù per il controllo del caricatoio di Roccella, luogo strategico ed economico di rilancio marittimo. Confiscato da Carlo d’Angiò, Gratteri fu concesso durante la guerra dei Vespri a Guglielmo di Mosterio, per poi rientrare nelle mani dei Ventimiglia nel corso delle lotte aragonesi, quando le truppe del re Pietro II, nel 1338, cedettero Gratteri, Brucato e Collesano alla regia Curia, mentre gli eserciti siciliani capeggiati dai Ventimiglia, con il sostegno degli abitanti del borgo, riconquistavano la baronia. Dal XV secolo, a partire dal regno di Alfonso d’Aragona, prende avvio la lunga stagione della baronia di Gratteri dei Ventimiglia, destinata a segnare per secoli la vita comunitaria, agricola, spirituale e politica del piccolo centro madonita.