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26/09/2026

“Il tempo dei figli. Dai primi 1000 giorni ai silenzi dell’adolescenza”. Al Senato il confronto su infanzia, adolescenza e genitorialità promosso da Uguali per i figli ETS

ROMA, 23 SETTEMBRE 2026

Mettere i figli al centro e costruire una rete capace di accompagnare bambini, adolescenti e famiglie nelle diverse fasi della crescita. È questo il filo conduttore dell’incontro Il tempo dei figli – Dai primi 1000 giorni ai silenzi dell’adolescenza, promosso da Uguali per i Figli ETS su iniziativa del Sen. Avv. Adriano Paroli, che si è svolto oggi nella Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama.

Un momento di confronto multidisciplinare che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, professionisti ed esperti per approfondire alcune delle principali sfide legate all’infanzia, all’adolescenza, alla genitorialità, all’educazione e alla prevenzione del disagio giovanile.

Dai primi mille giorni di vita, fondamentali per lo sviluppo, fino all’adolescenza, il confronto ha posto l’attenzione sull’importanza di riconoscere tempestivamente i segnali di fragilità e di rafforzare una vera cultura dell’ascolto e della prevenzione.

A intervenire sono stati l’On. Avv. Gelsomina Silvia Vono, Delegata nazionale ai Rapporti Scuola di Uguali per i Figli ETS; il Prof. Giuseppe Mazzei, Presidente Onorario; Mauro Sica, Segretario Generale; Giovanni Fulvi, Presidente CNCM – Coordinamento Nazionale Comunità per Minori; il Prof. Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile; l’Avv. Anna Maria Pitzolu, Presidente della Fondazione Ozanam – S. Vincenzo de Paoli; la Dott.ssa Marianna Vianello, CEO & Founder Kid Pass e Responsabile Dipartimento Cultura e Infanzia di Uguali per i Figli ETS; e la Dott.ssa Francesca Grisot, antropologa e progettista sociale. L’incontro è stato moderato da Giovanni Fabiano, editore e autore.

Al centro del confronto anche il tema dei silenzi dell’adolescenza, che non rappresentano semplicemente un’assenza di parole, ma possono diventare segnali di disagio, isolamento, bullismo, cyberbullismo e fragilità familiari. Una realtà che richiede agli adulti la capacità di osservare, ascoltare e intervenire prima che una difficoltà si trasformi in emergenza.

Nel corso dell’incontro è stato presentato anche Dove nascono i silenzi, il romanzo civile di Claudia Conte, giornalista, scrittrice e Portavoce Nazionale di Uguali per i Figli ETS, realizzato in collaborazione con l’associazione.
Attraverso la narrazione, l’autrice affronta temi come bullismo, cyberbullismo, violenza economica, controllo, fragilità familiari e disagio adolescenziale, riportando al centro la necessità di ascoltare e riconoscere quei segnali che spesso rimangono nascosti dietro il silenzio.

«I silenzi dei ragazzi non devono diventare invisibili agli occhi degli adulti – ha sottolineato Claudia Conte –. Dietro un cambiamento, un isolamento, una difficoltà a comunicare può esserci una richiesta di aiuto. La prevenzione significa soprattutto imparare ad ascoltare prima che il disagio diventi emergenza».

Il libro è stato inoltre posto in dialogo con I primi 1000 giorni d’oro di Carlo BellieniValerio, docente di Pediatria all’Università di Siena e Direttore Scientifico Nazionale – Pediatria, Neonatologia e Primi Mille Giorni di Uguali per i Figli ETS ,creando un percorso ideale tra due momenti fondamentali dello sviluppo: i primi anni di vita e l’adolescenza.

Dall’incontro è emersa l’importanza di una responsabilità condivisa tra famiglia, scuola, istituzioni, professionisti e comunità. Una rete che sappia accompagnare i genitori e i ragazzi non soltanto quando emerge una situazione di difficoltà, ma soprattutto attraverso un’azione costante di prevenzione, educazione e ascolto.

L’appuntamento di Palazzo Madama conferma così l’impegno di Uguali per i Figli ETS nella promozione di una cultura dell’infanzia, dell’adolescenza e della genitorialità, con l’obiettivo di rafforzare strumenti e consapevolezza attorno a una delle sfide più importanti del nostro tempo: imparare ad ascoltare i figli prima che siano loro a smettere di parlare.

11/09/2026

IL TEMPO DEI FIGLI
Dai primi 1000 giorni ai silenzi dell’adolescenza.

Ci sono tempi della crescita che chiedono agli adulti di esserci.

I primi giorni della vita, nei quali si costruiscono legami, sicurezza, fiducia.
Gli anni della scuola, in cui un bambino comincia a misurarsi con il mondo.
E poi l’adolescenza, quando le parole possono diventare più difficili, i silenzi più profondi e l’ascolto ancora più necessario.

È da questa continuità che nasce “Il tempo dei figli”, la Conferenza promossa da Uguali per i Figli – ETS/ODV, che il 23 settembre 2026 porterà a Palazzo Madama, presso il Senato della Repubblica, una riflessione che vuole tenere insieme ciò che troppo spesso affrontiamo separatamente: scienza, diritto, famiglia, scuola e comunità.

Non esistono compartimenti stagni nella vita di un figlio.
Ciò che accade nei primi anni dialoga con ciò che verrà dopo. E intorno a ogni bambino e a ogni adolescente esiste una responsabilità adulta che non appartiene soltanto alla famiglia, ma coinvolge istituzioni, professionisti, educatori e l’intera comunità.

Il percorso della Conferenza attraverserà simbolicamente due estremi della crescita, mettendo in dialogo anche due opere: “I primi 1000 giorni d’oro” del Prof. Carlo Valerio Bellieni e “Dove nascono i silenzi” di Claudia Conte.

Due prospettive diverse e complementari per una stessa domanda:
quanto siamo davvero capaci, come adulti e come società, di riconoscere il tempo dei figli prima che siano loro a doverci chiedere di essere ascoltati?

L’incontro vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, del mondo scientifico, educativo e sociale, con i saluti istituzionali del Sen. Adriano Paroli e dell’On. Gelsomina “Silvia” Vono.

📅 Mercoledì 23 settembre 2026 | ore 16.00–17.00
📍 Sala “Caduti di Nassirya” – Palazzo Madama
Senato della Repubblica, Roma

Perché occuparsi dell’infanzia non significa soltanto proteggerla oggi.
Significa assumersi la responsabilità del futuro che stiamo costruendo.

I figli non si toccano mai.

06/09/2026

IL DISAGIO DEI RAGAZZI PARLA ANCHE DI NOI

Il disagio giovanile non può essere ridotto a una somma di emergenze separate.

Bullismo, isolamento emotivo, dipendenze digitali, fragilità relazionali, difficoltà educative sono fenomeni diversi, ma spesso raccontano qualcosa di più profondo: la qualità del mondo adulto che abbiamo costruito intorno ai nostri figli.

È uno dei temi che ho avuto modo di affrontare in questa intervista con Claudia Conte, che ringrazio per l’attenzione, la sensibilità e la presenza costante sui temi dell’infanzia, dell’adolescenza e delle fragilità del nostro tempo.

C’è una convinzione dalla quale, per me, occorre partire: un bambino o un adolescente non vive per compartimenti. Vive dentro un ecosistema.

Famiglia, scuola, istituzioni, servizi, sport, relazioni, digitale, cultura e comunità concorrono tutti, in modi diversi, alla sua esperienza di crescita.

Per questo il disagio dei ragazzi non riguarda soltanto i ragazzi.

Interroga noi adulti.
Interroga i modelli che proponiamo, la qualità delle relazioni che sappiamo costruire, la nostra capacità di ascoltare, educare, accompagnare e prevenire.

È anche per questo che considero i minori un vero termometro della salute di una società.

Il loro benessere, ma anche le loro difficoltà, ci dicono molto della qualità delle nostre famiglie, delle nostre istituzioni, della scuola, dei servizi e delle politiche che siamo capaci di costruire.

In Uguali Per I Figli, mettere il minore al centro significa esattamente questo: partire dalla persona, dalla sua identità, dalle sue relazioni, dai suoi diritti, dai suoi bisogni evolutivi e dalla possibilità di essere ascoltata e diventare progressivamente protagonista della propria crescita.

La tutela è indispensabile. Ma non può cominciare soltanto quando qualcosa si rompe.

Dobbiamo essere capaci di costruire comunità educanti ed ecosistemi che accompagnino i bambini prima che una fragilità diventi emergenza.

Perché quando un ragazzo manifesta un disagio, la domanda non può essere soltanto: che cosa gli sta accadendo?

Dovremmo avere il coraggio di aggiungerne un’altra:

che cosa gli stiamo offrendo noi adulti?

Da qui, credo, dovrebbe iniziare ogni seria politica per l’infanzia e l’adolescenza.

Per approfondire, leggi l’intervista completa su L’Opinione:
https://opinione.it/societa/2026/06/16/claudia-conte-i-minori-sono-il-terremoto-della-salute-di-una-societa/

Grazie ancora a Claudia Conte per questo spazio di confronto e di approfondimento.

Mauro Sica
Segretario Generale
Uguali per i Figli

06/09/2026

DIRE “NO” È NECESSARIO. MA NON BASTA.

L’intervista di Paolo Crepet pubblicata oggi pone una questione che non possiamo liquidare con una battuta sui ragazzi che passano troppo tempo davanti allo smartphone.

Il problema è molto più profondo.

Crepet richiama i genitori alla responsabilità educativa, alla capacità di porre limiti, di pronunciare dei “no”, di non delegare alle piattaforme digitali ciò che appartiene alla relazione tra adulti e figli.

È un richiamo importante.

Ma come Uguali per i Figli vogliamo aggiungere un passaggio.

Un bambino o un adolescente non può essere lasciato solo davanti a strumenti progettati per catturarne continuamente l’attenzione e poi essere considerato l’unico responsabile della propria capacità di autoregolarsi.

E non basta neppure togliere uno smartphone dalle sue mani.

Occorre chiedersi che cosa trova quando alza gli occhi dallo schermo.

Trova adulti presenti?

Trova relazioni?

Trova tempo condiviso, gioco, sport, amicizie, esperienza, curiosità, possibilità di annoiarsi, di immaginare, di stare nel mondo?

E soprattutto: che esempio riceve dagli adulti?

Non possiamo chiedere a un figlio di non vivere con il telefono in mano se siamo noi per primi a interrompere una conversazione per una notifica, a guardare lo schermo durante un pasto, a riempire ogni momento vuoto con il digitale.

Il “no” conserva tutta la sua funzione educativa.

Ma prima e intorno al limite deve esserci una relazione.

Perché educare nel tempo digitale non significa soltanto stabilire quanto uno smartphone possa essere utilizzato.

Significa proteggere qualcosa di infinitamente più prezioso: l’attenzione di un bambino, il suo tempo, il suo sviluppo, le sue relazioni e la possibilità di costruire progressivamente una libertà autentica.

Le piattaforme hanno responsabilità.
Le istituzioni hanno responsabilità.
La scuola ha responsabilità.
Le famiglie hanno responsabilità.

Ma al centro di tutte queste responsabilità deve rimanere una sola persona:

il minore.

È da lì che dobbiamo ricominciare a discutere di digitale.

Uguali per i Figli – ETS/ODV
I figli non si toccano mai.

06/09/2026
06/09/2026

IL FUTURO DEI FIGLI NON PUÒ ESSERE GIÀ SCRITTO DAGLI ADULTI

Ci sono articoli che partono da un film e finiscono per interrogare profondamente il nostro modo di guardare alle nuove generazioni.

È il caso della riflessione di Mario Cusmai, esperto di Uguali Per I Figli, che attraverso The Odyssey di Christopher Nolan ci accompagna dentro una domanda molto più grande del cinema:

che futuro stiamo consegnando ai nostri figli?

Ogni generazione eredita qualcosa da quella precedente: valori, possibilità, conquiste, ma anche paure, errori, conflitti, aspettative e visioni del mondo.

Il rischio nasce quando quell’eredità diventa una gabbia.

Quando gli adulti, spesso senza rendersene conto, immaginano per i più giovani un futuro già definito, modellato sulle proprie esperienze e sulle proprie categorie.

Educare dovrebbe significare esattamente il contrario.

Significa offrire ai bambini e ai ragazzi gli strumenti per comprendere il presente, conoscere ciò che li ha preceduti e, soprattutto, diventare capaci di immaginare possibilità che noi adulti forse non sappiamo ancora vedere.

È anche questo il senso della Futures Literacy: imparare a utilizzare il futuro non come previsione rigida, ma come spazio di possibilità, consapevolezza e responsabilità.

Perché i figli non devono essere soltanto preparati al mondo che abbiamo costruito noi.

Devono poter diventare protagonisti del mondo che costruiranno loro.

La riflessione di Mario Cusmai ci invita proprio a questo: a non trasformare l’eredità degli adulti in un destino per le nuove generazioni.

Leggiamo, riflettiamo, interroghiamoci.

“Itaca non è dove l’abbiamo lasciata”
di Mario Cusmai

https://opinione.it/cultura/2026/07/30/mario-cusmai-itaca-non-e-dove-la-abbiamo-lasciata-the-odyssey-nolan/

Uguali per i Figli
I figli non si toccano mai.

06/09/2026

Essere figli non finisce a diciotto anni. Cambia.

La notizia può sembrare leggera: sempre più giovani della Gen Z scelgono di andare in vacanza con mamma, papà e perfino con i nonni.

https://www.tgcom24.mediaset.it/tgcom-mag/genz-vacanza-con-mamma-e-papa_115845296-202602k.shtml

Ma dietro un fenomeno di costume può esserci qualcosa di più profondo.

Forse stiamo assistendo a una trasformazione del modo in cui le nuove generazioni vivono la famiglia e il passaggio all’età adulta.

Per molto tempo abbiamo associato l’autonomia al distacco: diventare grandi significava allontanarsi dalla famiglia, costruire una vita separata, dimostrare di poter fare tutto da soli.

Ma autonomia e legame non sono necessariamente opposti.

Si può crescere, diventare adulti, costruire la propria indipendenza e continuare a scegliere la vicinanza dei propri genitori, condividere esperienze, custodire la memoria familiare, riscoprire il rapporto con i nonni.

Allo stesso tempo, sarebbe superficiale ignorare l’altra faccia del fenomeno: molti giovani rimangono più a lungo all’interno della famiglia anche perché lavoro, casa e costo della vita rendono molto più difficile raggiungere una piena autonomia economica.

Ed è proprio qui che la riflessione diventa sociale.

Una comunità che vuole davvero essere dalla parte dei figli deve saper fare entrambe le cose: valorizzare i legami familiari e, contemporaneamente, creare le condizioni perché ogni giovane possa costruire liberamente la propria autonomia.

La famiglia non dovrebbe diventare il sostituto permanente di un welfare insufficiente.

Dovrebbe poter rimanere ciò che di più prezioso può essere: un luogo di relazione, memoria, sostegno e appartenenza dal quale partire, al quale poter tornare, senza esserne prigionieri.

Come Uguali per i Figli, continuiamo a osservare questi segnali perché parlare di figli significa interrogarsi anche su ciò che accade quando crescono.

La tutela dell’infanzia ha un confine giuridico.

La responsabilità di costruire una società capace di accompagnare le persone verso il futuro, invece, non dovrebbe averlo.

Leggiamo questa notizia anche da questa prospettiva.



I figli non si toccano mai.

06/09/2026

TRASPARENZA SÌ. EQUIPARAZIONE NO.

C’è una differenza che una democrazia matura deve saper riconoscere: quella tra chi entra in relazione con le istituzioni per perseguire un interesse particolare e chi lo fa per portare dentro la decisione pubblica bisogni, competenze, esperienze e pezzi di società che altrimenti rischierebbero di non avere voce.

L’intervento pubblicato da VITA sul disegno di legge che disciplina la rappresentanza di interessi pone una questione che riguarda profondamente tutto il Terzo Settore.

E riguarda anche noi.

Quando Uguali per i Figli porta davanti a un Comune, a una Regione, al Parlamento, a un’università o a una pubblica amministrazione un tema che riguarda l’infanzia, le famiglie, le persone fragili, l’educazione, il futuro delle nuove generazioni o la tutela della persona, non sta chiedendo un vantaggio per sé.

Sta cercando di trasformare conoscenza sociale, esperienza e competenza in una migliore decisione pubblica.

Questa è advocacy.

E l’advocacy civica non può essere automaticamente confusa con un’attività esercitata per ottenere un vantaggio economico o particolare.

Non lo diciamo soltanto noi.

L’articolo 55 del Codice del Terzo Settore prevede il coinvolgimento attivo degli ETS da parte delle amministrazioni pubbliche attraverso co-programmazione, co-progettazione e accreditamento.

E la Corte costituzionale, con la sentenza n. 131 del 2020, ha riconosciuto in questa norma una delle più significative attuazioni del principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale, parlando di un vero e proprio “canale di amministrazione condivisa” tra soggetti pubblici e Terzo Settore.

Questo significa qualcosa di molto importante.

La società civile non è un corpo estraneo alle istituzioni.

Può essere una parte qualificata del processo attraverso il quale le istituzioni comprendono i bisogni, individuano le priorità e costruiscono risposte migliori.

Ma vogliamo andare anche oltre la riflessione proposta da VITA.

Noi non chiediamo zone franche.

Proprio perché vogliamo essere parte credibile della costruzione delle politiche pubbliche, accettiamo e rivendichiamo la trasparenza.

Gli incontri devono poter essere conoscibili.
Le responsabilità devono essere chiare.
I rapporti con le istituzioni devono essere limpidi.

Ma trasparenza non può significare indistinta equiparazione.

Perché una cosa è cercare di orientare una decisione pubblica verso un vantaggio particolare.

Un’altra è portare alla politica e alle amministrazioni la voce di un bisogno collettivo, una competenza, un’esperienza sociale, una proposta capace di produrre interesse generale.

La distinzione non serve a proteggere il Terzo Settore.

Serve a proteggere la qualità della democrazia.

Perché una democrazia matura non deve difendere le istituzioni dalla società civile. Deve costruire regole che consentano alla società civile di entrare nelle istituzioni senza catturarle.

Trasparenza.
Partecipazione.
Responsabilità.

È questo il punto di equilibrio che dobbiamo cercare.

Ed è anche così che intendiamo l’advocacy di Uguali per i Figli: non chiedere favori al decisore pubblico, ma portargli conoscenza, bisogni, competenze, progettualità e futuro.

Perché l’interesse dei bambini, delle famiglie, delle persone fragili e delle nuove generazioni non appartiene a qualcuno.

Appartiene alla comunità.

Approfondimento di VITA:
https://www.vita.it/cari-parlamentari-il-terzo-settore-non-e-una-lobby/

06/09/2026

L’ESUBERANZA PUÒ DIVENTARE AUTOCONTROLLO.
LA RABBIA PUÒ DIVENTARE DETERMINAZIONE.
IL BISOGNO DI APPARTENENZA PUÒ DIVENTARE SQUADRA.
IL CONFRONTO PUÒ DIVENTARE RISPETTO DELL’AVVERSARIO.

È qui che una storia smette di essere soltanto una bella storia e diventa una questione che una società deve imparare a governare.

VITA racconta l’esperienza di Giorgio Cuccu e della Boxing Club Sant’Elia di Cagliari: bambini e ragazzi di un quartiere complesso trovano nella palestra non soltanto guantoni e allenamento, ma regole, presenza adulta, appartenenza, responsabilità e una possibilità diversa di immaginare il proprio futuro.

Il messaggio che Uguali per i Figli intercetta è proprio questo.

Non basta dire che “lo sport salva”.

Dobbiamo chiederci perché salva, quando salva e soprattutto come trasformare esperienze come questa da fortunate eccezioni a presìdi educativi riconosciuti nei territori.

Perché dietro un ragazzo considerato “difficile” può esserci un’energia alla quale nessuno ha ancora insegnato una direzione.

Dietro la rabbia può esserci una richiesta di riconoscimento.

Dietro l’esuberanza può esserci una capacità che aspetta una regola.

Dietro il bisogno di sfidare qualcuno può esserci semplicemente il bisogno di capire quanto si vale.

Ed è qui che cambia tutto.

La responsabilità degli adulti non è spegnere quell’energia.
È darle una forma.

Una palestra può farlo.
Una scuola può farlo.
Una famiglia può farlo.
Un’associazione può farlo.
Un allenatore può diventare quell’adulto significativo che, incontrato nel momento giusto, modifica una traiettoria di vita.

Ma non possiamo affidare il futuro dei bambini soltanto alla fortuna di incontrare la persona giusta.

Occorre una comunità educante capace di costruire queste occasioni prima che la fragilità diventi dispersione, devianza, dipendenza o esclusione.

Per Uguali per i Figli questa è prevenzione nel suo significato più serio: non intervenire soltanto quando un ragazzo è già caduto, ma costruire intorno a lui abbastanza possibilità perché possa scegliere una strada diversa.

Ed è anche per questo che questa storia ci riporta naturalmente al mondo dello sport e a persone che conoscono il significato profondo della disciplina, del limite e del rispetto, come Libero Scarcello, nostro testimonial e campione di kickboxing, che tagghiamo volentieri in questa riflessione.

Perché educare attraverso lo sport non significa insegnare a colpire.

Significa insegnare quando fermarsi, come rispettare una regola, come rialzarsi, come stare davanti all’altro senza distruggerlo.

E forse è proprio questo uno dei messaggi più importanti:

il luogo in cui un bambino nasce non deve diventare il confine di ciò che potrà diventare.

Leggi l’articolo di VITA:
https://www.vita.it/storie-e-persone/potevo-finire-male-ma-il-pugilato-mi-ha-salvato-ora-porto-sul-ring-i-bambini-di-santelia/

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I figli non si toccano mai.

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