03/08/2026
Le immagini di Ceuta stanno facendo il giro d'Europa.
Migliaia di persone attraversano il confine tra il Marocco e l'enclave sp****la. Ci sono morti, dispersi, respingimenti. E, come sempre, c'è già chi parla di "invasione".
Ceuta insieme a Melilla rappresenta una delle ultime eredità della storia coloniale europea nel continente africano. Uno snodo geopolitico dove, da anni, il controllo dei flussi migratori viene usato come strumento di pressione nei rapporti diplomatici tra Marocco e Spagna, sullo sfondo della questione del Sahara Occidentale.
La destra ha imposto il terreno del dibattito e buona parte della sinistra ha finito per inseguirlo rimuovendo la domanda decisiva dal dibattito.
Come dovrebbe entrare legalmente in Italia un ragazzo nato in Senegal, in Burkina Faso o in Mali che vuole semplicemente lavorare?
Per chi è nato nel buon Vecchio Continente, è una domanda quasi assurda. Siamo abituati a pensare che, se vogliamo lavorare in un altro Paese, possiamo richiedere un visto, trasferirci, cercare un lavoro e, se lo troviamo, costruire lì la nostra vita. Per milioni di persone nate in gran parte dell'Africa, questa possibilità semplicemente non esiste.
È da qui che nasce il grande equivoco del dibattito italiano.
Immaginiamo un giovane senegalese di vent’anni. Vuole ve**re in Italia a lavorare (non a nascondersi né a delinquere) a lavorare. Può prendere un aereo, richiedere un visto, arrivare nel nostro Paese, cercare un impiego e, se lo trova, restare?
Nella quasi totalità dei casi, no. La ragione si chiama Bossi-Fini.
La legge italiana che disciplina l'ingresso per motivi di lavoro in Italia non permette, nella pratica, a un cittadino proveniente da gran parte dei Paesi extraeuropei di entrare nel nostro Paese per cercare un'occupazione.
Può entrare per lavorare solo se un datore di lavoro italiano lo ha già assunto dall'estero attraverso le procedure previste dai decreti flussi, cioè prima ancora che quella persona metta piede in Italia.
È una possibilità eccezionale, non la normalità e il risultato disastroso è sotto gli occhi di tutti. Chi non riesce ad accedere a questo percorso, ma decide comunque di partire, non trova una seconda via regolare.
Per chi vuole semplicemente lavorare esiste un vero e proprio vuoto normativo. Non c'è un canale ordinario, accessibile e realmente praticabile che consenta di entrare legalmente in Italia per cercare un'occupazione di conseguenza molte persone finiscono per rivolgersi al sistema della protezione internazionale. Uno strumento nato per tutelare chi fugge da guerre e persecuzioni, non per regolare l'immigrazione economica.
A complicare ulteriormente il quadro c'è il Regolamento Dublino III, che attribuisce al primo Paese d'ingresso la responsabilità dell'esame della domanda d'asilo. In questo modo, chi arriva in Italia non può scegliere liberamente di trasferirsi in un altro Paese europeo dove magari ha familiari, una rete di sostegno o concrete opportunità di lavoro. Il risultato è un sistema che concentra migliaia di persone nel primo Paese di approdo e finisce per trasformare una questione amministrativa in un'emergenza permanente alimentando confusione, lunghe attese e tensioni che poi vengono puntualmente trasformate in propaganda.
Negli ultimi vent'anni l'Europa ha investito miliardi nel rafforzamento delle frontiere. Frontex è cresciuta fino a diventare una delle agenzie europee con il bilancio più alto. Abbiamo costruito muri, moltiplicato i pattugliamenti, esternalizzato il controllo delle frontiere a Paesi terzi.
Quello che non abbiamo costruito sono canali regolari per entrare legalmente. Così accade qualcosa di paradossale: prima rendi quasi impossibile entrare, poi chiami "clandestino" chi non ha avuto una strada legale per farlo. Infine usi quella stessa clandestinità per dimostrare che servono ancora più muri, ancora più controlli, ancora più repressione.
È il cortocircuito perfetto.
Lo Stato produce esattamente ciò che dice di voler combattere.
Tuttavia le persone continuano ad arrivare perché nessuna legge fermerà chi fugge dalla guerra, dalla fame, dall'assenza di qualsiasi prospettiva dignitosa di vita.
Una volta qui? Lavorano.
Quelle persone lavorano accettando salari da fame. Raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Assistono anziani e persone non autosufficienti. Mandano avanti interi settori dell'economia italiana dalla logistica all'agricoltura, dall'edilizia alla ristorazione.
Una parte di loro resta intrappolata nell'irregolarità, una condizione che li rende più ricattabili, meno liberi di rivendicare i propri diritti e più esposti allo sfruttamento.
Chi governa preferisce che una parte di loro rimanga invisibile.
Perché una persona senza documenti è più ricattabile, ha meno strumenti per rivendicare i propri diritti e denunciare. L'irregolarità non è soltanto il fallimento delle politiche migratorie; per molti aspetti, è uno degli ingranaggi attraverso cui questo modello economico continua a funzionare.
Lo stesso Stato che ha reso quasi impossibile un ingresso regolare è costretto, ogni anno, ad emanare nuovi decreti flussi per regolarizzare una parte di quelle persone che nel frattempo vivono e lavorano già nel nostro Paese che restano sospese in una condizione di precarietà giuridica costruita dalla legge stessa.
È come provare a svuotare il mare con un secchio dopo aver aperto la diga.
È un gioco truccato.
Perché se una strada legale, accessibile e realmente praticabile non esiste, continuare a parlare di "illegalità" significa confondere deliberatamente le conseguenze con le cause.
Ceuta è soltanto un assaggio di ciò che ci riserva il futuro. Nei prossimi decenni il mondo dovrà fare i conti con migrazioni molto più intense, alimentate dalla devastazione ambientale, dalle guerre, dalle disuguaglianze economiche. Pensare di affrontare tutto questo costruendo muri sempre più alti significa ignorare la realtà. Nessuna barriera fermerà chi non ha più nulla da perdere.
Servono leggi serie fatte di procedure trasparenti, diritti e doveri chiari ma anche il coraggio di guardare le cause cosa che l'Europa intera continua ad ignorare.
Le migrazioni sono anche il risultato di secoli di colonialismo, sfruttamento e drenaggio delle risorse dalle periferie al centro, di confini tracciati a tavolino con matite e squadrette, di rapporti economici profondamente diseguali e, oggi, di nuove forme di dipendenza che continuano ad impedire a molti Paesi del Sud globale di costruire il proprio futuro.
Per questo la vera sfida non è solo governare chi parte ma creare le condizioni affinché partire torni ad essere una scelta e non un obbligo imposto da guerre e devastazione.
Parlare seriamente di decolonizzazione nel 2026 significa restituire ai Paesi del Sud globale la possibilità di valorizzare le proprie risorse, costruire infrastrutture adeguate, rafforzare istituzioni, sviluppare economie capaci di garantire diritti, lavoro e prospettive.
Solo in uno scenario del genere i flussi migratori potranno diventare realmente governabili perché nessuna politica di frontiera sarà mai sufficiente se continua a interve**re sugli effetti senza affrontarne le cause.
Allo stesso modo, nessuna politica migratoria sarà credibile finché continuerà a produrre irregolarità per poi trasformarla in emergenza invasione.
Abolire la Bossi-Fini perché un Paese che vuole dirsi tale non ha interesse a produrre persone invisibili ma a sapere chi entra, perché entra, dove lavora e a quali condizioni vive, l’esatto contrario di ciò che accade oggi. Per una legge seria che permetta a chi entra di vivere dignitosamente, lavorare regolarmente e conoscere con chiarezza diritti, doveri e condizioni della propria permanenza.
Le persone continueranno a muoversi. Possiamo decidere di governare questo tempo con regole giuste oppure continuare ad alimentare paura, sfruttamento e propaganda. È questa, oggi, la vera scelta politica.