Daniele Stevoli Diagnosi umidità e infiltrazioni

Daniele Stevoli Diagnosi umidità e infiltrazioni Diagnosi tecnica delle cause di umidità negli edifici.

Infiltrazioni, condense, sali, controterra e degradi murari analizzati attraverso casi reali e verifiche strumentali. La pagina facebook propone come metodo di contatto, oltre che di confronto e di ricerca per tutti coloro che si ritrovano a dover contrastare i problemi di umidità

UN MURO PUÒ CONSERVARE PER DECENNI LA STORIA DELL’EDIFICIO.Questo caso riguarda una casa colonica ricavata da un fabbric...
25/09/2026

UN MURO PUÒ CONSERVARE PER DECENNI LA STORIA DELL’EDIFICIO.

Questo caso riguarda una casa colonica ricavata da un fabbricato precedentemente utilizzato come stalla.

Sulle murature erano presenti chiazze apparentemente umide ed efflorescenze saline. Guardandole superficialmente sarebbe stato facile concludere: umidità proveniente dal basso.

Le analisi hanno raccontato qualcosa di molto più complesso.

In diverse murature interne ho rilevato concentrazioni importanti di nitrati, presenti in alcuni punti anche a circa 150 centimetri dal pavimento. I campioni hanno restituito valori compresi tra 0,175 e 0,300% di nitrati, tra 0,250 e 0,700% di solfati e circa 0,150% di cloruri.

La presenza di nitrati era compatibile con il precedente utilizzo zootecnico dell’edificio.

Compatibile, però, non significa che sia possibile ricostruire con certezza dove fossero collocati gli animali o attribuire ogni macchia attuale alla vecchia stalla.

Questo passaggio è importante.

I sali possono rimanere all’interno dei materiali per moltissimo tempo e alcuni di essi, in determinate condizioni termoigrometriche, possono assorbire umidità dall’ambiente. Una superficie può quindi apparire bagnata senza che in quel momento esista necessariamente una continua alimentazione di acqua liquida proveniente dal terreno.

Ma sarebbe stato altrettanto sbagliato fermarsi ai sali.

Durante la diagnosi sono state considerate anche pavimentazioni esterne, pozzetti, attraversamenti impiantistici, possibili infiltrazioni meteoriche e fenomeni condensativi nelle cavità sotto la pavimentazione.

Perché nello stesso edificio possono coesistere più meccanismi.

La contaminazione storica può spiegare una parte del degrado, mentre un’infiltrazione attuale può continuare ad alimentare acqua nella muratura e le condizioni termoigrometriche possono determinare dove quella contaminazione diventa visibile.

Per questo una singola campionatura non basta e nemmeno la geometria della macchia può essere considerata una diagnosi.

Prima bisogna distinguere:

la contaminazione accumulata nel passato;

il comportamento igroscopico dei sali;

l’acqua ancora disponibile oggi;

le eventuali infiltrazioni;

le condizioni termoigrometriche della muratura.

Solo dopo si può progettare il risanamento.

Nel caso analizzato la sequenza prevista è stata infatti: individuazione delle sorgenti d’acqua, correzione delle infiltrazioni, gestione della contaminazione salina e soltanto successivamente ricostruzione degli intonaci compromessi con cicli compatibili con la cristallizzazione dei sali.

Eliminare l’acqua non significa eliminare automaticamente ciò che il muro ha accumulato negli anni.

E trovare nitrati non significa automaticamente avere già trovato tutta la causa.

Nell’articolo completo mostro dati, campionamenti e percorso diagnostico di questa ex stalla trasformata in abitazione.

Link nel primo commento.

BARRIERA CHIMICA NEL CEMENTO ARMATO: RISOLVERE L’UMIDITÀ NON PUÒ SIGNIFICARE TRASCURARE LA STRUTTURAQuando una parete co...
23/09/2026

BARRIERA CHIMICA NEL CEMENTO ARMATO: RISOLVERE L’UMIDITÀ NON PUÒ SIGNIFICARE TRASCURARE LA STRUTTURA

Quando una parete controterra in calcestruzzo armato presenta umidità o infiltrazioni, è facile concentrare tutta l’attenzione sulla necessità di fermare l’acqua.

Ma prima c’è un’altra domanda da fare: che cosa sto modificando per ottenere quel risultato?

Un calcestruzzo ben realizzato e compatto può opporre una resistenza al passaggio diffuso dell’acqua molto diversa da quella di una muratura in laterizio. Nelle strutture controterra, infatti, l’acqua spesso sfrutta elementi precisi: fessure, riprese di getto, giunti, nidi di ghiaia, cavità, difetti locali o discontinuità dei sistemi di tenuta.

Se il problema è concentrato in uno di questi punti, realizzare una barriera chimica attraverso una successione di perforazioni profonde lungo tutta la parete significa intervenire su una superficie molto più estesa rispetto alla reale origine del problema.

E nel calcestruzzo armato un foro non attraversa semplicemente “un muro”.

Dietro pochi centimetri di copriferro possono trovarsi barre verticali e orizzontali, staffe, sovrapposizioni, rinforzi locali e zone con una concentrazione di acciaio che dall’esterno non possiamo vedere.

Intercettare un ferro non significa automaticamente compromettere una struttura, ma nemmeno possiamo considerare irrilevante una successione di perforazioni profonde soltanto perché ogni singolo foro ha un diametro relativamente piccolo.

La questione diventa ancora più importante nelle pareti controterra, perché il comportamento dell’acqua può cambiare nel tempo. Una struttura che oggi riceve poca acqua potrebbe trovarsi, dopo precipitazioni prolungate, saturazione del terreno o variazioni della falda, a lavorare in condizioni completamente differenti.

Per questo la diagnosi deve rispondere ad almeno due domande.

Da dove entra realmente l’acqua?

E quale intervento permette di eliminarla senza introdurre un danno o una modifica inutile nella struttura?

Nel caso che ha portato alla realizzazione di questo articolo, cambiare l’ordine delle operazioni ha permesso di evitare la perforazione diffusa del calcestruzzo e di progettare un ciclo di risanamento mirato.

Il costo complessivo previsto, diagnosi compresa, è risultato inferiore di oltre il 70% rispetto alla soluzione inizialmente ipotizzata con barriera chimica.

Non significa che una diagnosi faccia sempre risparmiare il 70%.

Significa che, in quel caso, conoscere realmente struttura e percorso dell’acqua ha permesso di eliminare dal progetto lavorazioni che non avevano una funzione dimostrabile.

Risolvere l’umidità è l’obiettivo.

Preservare la struttura mentre lo facciamo è parte della soluzione.

Nell’articolo completo approfondisco armature, giunti, qualità del calcestruzzo, pressione dell’acqua e alternative alla perforazione diffusa.

Link nel primo commento.

SOLUZIONI ALL’UMIDITÀ DI RISALITA? Se non vuoi fraintendimenti e responsabilità dobbiamo eliminarne la causaQuando vedia...
17/09/2026

SOLUZIONI ALL’UMIDITÀ DI RISALITA? Se non vuoi fraintendimenti e responsabilità dobbiamo eliminarne la causa

Quando vediamo una muratura degradata nella fascia bassa tendiamo a dare un nome al sintomo e, subito dopo, a cercare il sistema che dovrebbe contrastarlo.

Ma dire “umidità di risalita” non significa avere già individuato la causa. La risalita capillare descrive il modo in cui l’acqua può muoversi all’interno di un materiale poroso. Quell’acqua, però, deve arrivare da qualche parte.

Può essere alimentata dal terreno, da un’infiltrazione laterale, da una perdita oppure da una discontinuità costruttiva. E in altri casi ciò che viene chiamato risalita non è nemmeno risalita, ma condensa o migrazione dell’acqua proveniente da un’altra zona dell’edificio.

Nella mia casistica professionale, aggiornata su oltre 2.800 casi, quando ho effettivamente riscontrato un fenomeno di risalita capillare non riconducibile a perdite di condotta, circa l’80% dei casi presentava come causa principale un’infiltrazione.

A volte attraverso un singolo punto: una fessura, una cavità, un attraversamento o una discontinuità.

Altre volte lungo una zona continua: impermeabilizzazione assente, interrotta oppure realizzata con un sistema non adeguato alle condizioni realmente presenti.

Questa distinzione cambia completamente il modo di intervenire...

Se individuo il punto attraverso il quale l’acqua entra e lo correggo, elimino l’alimentazione del fenomeno. A quel punto posso progettare la protezione utilizzando materiali compatibili con il supporto e con prestazioni dichiarate rispetto alle sollecitazioni reali: assorbimento, pressione idrostatica, adesione, compatibilità chimica e condizioni di esercizio.

Per me questa è la differenza tra proporre un rimedio e fornire una soluzione. E non mi interessa iniziare da “barriera chimica, vespaio, centralina, sifone aerante oppure impermeabilizzazione”. Mi interessa prima sapere quale fenomeno devo fermare.

Anche una garanzia commerciale o una polizza molto lunga, da sola, non dimostra che il sistema scelto sia quello corretto. Una garanzia disciplina cosa accade se nasce una contestazione; una prestazione tecnica deve invece spiegare prima perché quel sistema dovrebbe funzionare in quelle precise condizioni.

Per cui, considero la diagnosi uno strumento, non il mio prodotto finale.

Il prodotto finale è la soluzione: individuare la causa, definire l’intervento necessario, stabilire quali prestazioni devono essere raggiunte e lasciare al committente un percorso tecnico comprensibile e verificabile, senza costringerlo a interpretare promesse, clausole o tentativi successivi.

Nell’articolo che trovate nel primo commento spiego perché infiltrazione e risalita non sono sinonimi e perché confonderle porta frequentemente a intervenire sul sintomo invece che sulla causa.

PERCHÉ FAI UNA BARRIERA CHIMICA A TERRA SE IL MURO IN QUELLA ZONA È ASCIUTTO?La domanda nasce direttamente dalla fotogra...
15/09/2026

PERCHÉ FAI UNA BARRIERA CHIMICA A TERRA SE IL MURO IN QUELLA ZONA È ASCIUTTO?

La domanda nasce direttamente dalla fotografia, dove in questa muratura in mattoni a vista è stata realizzata una barriera chimica nella fascia inferiore, con una successione regolare di perforazioni, mentre il degrado e la presenza di umidità erano più evidenti a quote maggiori. Anche se le verifiche strumentali confermavano che proprio la parte bassa della muratura era sostanzialmente asciutta.

Se voglio interrompere una presunta risalita capillare, prima devo almeno dimostrare che l’acqua attraversi davvero la zona nella quale sto creando la barriera; direi ovvio, no?

La parete è fortemente esposta all’irraggiamento solare e la distribuzione del degrado seguiva soprattutto discontinuità, fughe, microcavità e geometria della facciata. Durante le precipitazioni l’acqua meteorica poteva rallentare, concentrarsi e penetrare localmente proprio attraverso questi punti, producendo un quadro irregolare che non era compatibile con l’idea di un’alimentazione uniforme proveniente dal basso.

Questo è il motivo per cui considero pericoloso partire dalla tecnologia anziché dalla patologia. La barriera chimica può avere un proprio principio di funzionamento, ma diventa inutile quando viene applicata a un percorso dell’acqua che non attraversa la fascia trattata.

In una muratura in mattoni a vista il problema è ancora più evidente: i fori rimangono una modifica fisica della parete e, se l’intervento non era necessario, resta semplicemente una muratura "danneggiata" e "svalutata" senza che sia stata eliminata la causa.

La soluzione, in questo caso, era molto più coerente con ciò che si osservava: intervenire sulle fughe degradate, sulle discontinuità della facciata e sui punti attraverso i quali l’acqua meteorica riusciva a penetrare, ricostruendo un equilibrio corretto tra assorbimento ed evaporazione senza trasformare la superficie in una barriera impermeabile.

Non è quindi corretto dire soltanto che “la barriera non ha funzionato”, ma che era stata scelta per una patologia che non c’era.

Nell’articolo ricostruisco il caso, le verifiche eseguite, il comportamento termico della muratura e il motivo per cui la distribuzione dell’umidità indicava un meccanismo completamente diverso dalla risalita.

Link nel primo commento.

CI SONO AFFERMAZIONI TECNICHE CHE POSSONO ESSERE SCOMODEUna di queste è che una successione di fori eseguiti in una mura...
11/09/2026

CI SONO AFFERMAZIONI TECNICHE CHE POSSONO ESSERE SCOMODE

Una di queste è che una successione di fori eseguiti in una muratura in pietra non può essere considerata, a priori, un intervento irrilevante soltanto perché il diametro dei singoli fori è piccolo.

Questo articolo fa parte di una serie di cinque approfondimenti dedicati alle barriere chimiche e agli interventi di risanamento. Ho scelto di affrontare il tema mettendo insieme riferimenti scientifici, linee guida istituzionali e un precedente della Cassazione, perché ogni opinione è legittima, ma quando esistono dati verificabili è da quelli che preferisco partire.

Una muratura in pietrame non è un materiale omogeneo. Può contenere pietre di dimensioni differenti, malte degradate, vuoti, rincalzi e nuclei scarsamente coerenti; una perforazione può attraversare una pietra, una zona di malta, una cavità oppure interessare un elemento che partecipa localmente all’ingranamento della muratura.

Per questo non basta chiedersi quanti centimetri cubi di materiale siano stati rimossi. Bisogna sapere che cosa stiamo perforando, con quale profondità, a quale interasse, con quale tecnica e in quali condizioni si trova la muratura.

La scienza offre un dato interessante: la tecnica Hole-Drilling viene utilizzata proprio per valutare lo stato tensionale di elementi murari misurando le deformazioni prodotte dal rilassamento conseguente alla rimozione locale di materiale.

Questo non significa che ogni foro generi un problema strutturale, ma significa che non è corretto considerarlo meccanicamente neutro per definizione.

Anche una recente guida dello Scottish Government e di Historic Environment Scotland, riferita agli edifici tradizionali, richiama le criticità delle DPC chimiche nelle murature massicce e parla espressamente del danno fisico permanente alla pietra prodotto dalle perforazioni.

Danno fisico non significa automaticamente dissesto strutturale, ma nemmeno intervento reversibile e privo di conseguenze.

Poi c’è il precedente della Cassazione Penale n. 35837/2021 sul crollo della torre civica campanaria di Noie Canavese.

Va detto con precisione: non si stava realizzando una barriera chimica.

In quel caso furono eseguite otto perforazioni su una muratura eterogenea, debole, con vuoti e diffuse fessurazioni, senza rispettare la prevista sequenza di sigillatura; le perforazioni e la mancata tempestiva sigillatura furono individuate in sede peritale tra le cause dirette del crollo.

Non utilizzo quindi quella sentenza per sostenere che una barriera chimica faccia crollare un muro. Sarebbe scorretto.

La utilizzo per respingere l’affermazione opposta: che una serie di perforazioni profonde su una muratura esistente possa essere considerata irrilevante prima ancora di conoscere come quella muratura è costruita e conservata.

Per quanto riguarda le barriere chimiche nelle murature in pietra, il consiglio migliore che posso dare è quindi molto semplice: prima di forare, valutare realmente la tessitura, lo stato della malta, la presenza di vuoti o lesioni, la profondità e l’interasse previsti e, quando emergono dubbi di carattere statico, coinvolgere le competenze strutturali appropriate.

Non è essere contrari a una tecnologia. È progettare l’intervento prima di eseguirlo.

Gli altri articoli di questa serie, con riferimenti scientifici e casi studio, sono già presenti sul sito e li pubblicherò gradualmente anche su questo profilo.

Nell’articolo completo trovate fonti, studi e riferimenti utilizzati.

Link nel primo commento.

CONDENSA IN ESTATE ALL’INTERNO DI UN CAMPANILE: UN CASO DI EFFETTO CAMINO INVERSOPuò sembrare paradossale trovare muratu...
09/09/2026

CONDENSA IN ESTATE ALL’INTERNO DI UN CAMPANILE: UN CASO DI EFFETTO CAMINO INVERSO

Può sembrare paradossale trovare murature bagnate, gocciolamenti e fenomeni di condensa alla base di un campanile proprio durante il periodo estivo, tanto che una manifestazione di questo tipo viene facilmente interpretata come umidità di risalita o come conseguenza inevitabile delle caratteristiche costruttive dell’edificio.

In questo caso il fenomeno aveva invece un’origine completamente diversa ed era legato alla particolare geometria del campanile, alla sua notevole altezza, alle aperture presenti nella parte superiore e al collegamento diretto, alla base, con l’interno della chiesa.

Durante l’estate l’aria esterna, più calda e contenente una determinata quantità di vapore acqueo, entrava attraverso le aperture presenti nella parte alta del campanile. All’interno della torre trovava però murature molto massicce e superfici mantenute a temperature inferiori rispetto a quelle dell’ambiente esterno.

L’aria, raffreddandosi progressivamente, aumentava la propria densità e tendeva a scendere verso il basso.

È il cosiddetto effetto camino inverso.

Nel normale effetto camino l’aria più calda e meno densa sale all’interno di un volume verticale, generando un moto ascensionale. Quando invece, durante la stagione calda, il volume interno rimane sensibilmente più freddo dell’ambiente esterno, il gradiente termico può invertire il movimento: l’aria entra prevalentemente dall’alto, si raffredda e viene convogliata verso la parte inferiore.

Il problema non era però soltanto il movimento dell’aria.

Raffreddando una massa d’aria senza sottrarle immediatamente il vapore contenuto, aumenta la sua umidità relativa; quando la temperatura dell’aria o, più precisamente, quella delle superfici con cui viene a contatto raggiunge il punto di rugiada, una parte del vapore condensa trasformandosi in acqua liquida.

Nel campanile questo comportamento era leggibile direttamente.

Erano presenti condensazioni sulle strutture metalliche della scala, colature e fenomeni di ossidazione, bagnatura nella zona inferiore e un degrado progressivamente più evidente avvicinandosi alla base della torre. Anche la muratura in comunicazione con la chiesa mostrava un comportamento coerente con il passaggio e l’accumulo di aria più fredda proveniente dal campanile.

La termografia ha permesso di visualizzare con particolare chiarezza questo gradiente: in corrispondenza della porta di collegamento con il campanile sono state rilevate temperature superficiali minime nell’ordine di 25,4 °C, mentre nelle zone circostanti si superavano i 30 °C.

Quindi il problema non era semplicemente “un muro umido”.

Era un circuito termoigrometrico.

Aria estiva calda e umida entrava nella parte alta della torre, si raffreddava durante la discesa, aumentava la propria umidità relativa, condensava sulle superfici più fredde e raggiungeva infine la parte inferiore del campanile, dove gli effetti diventavano maggiormente visibili.

Guardando soltanto l’intonaco degradato alla base sarebbe stato molto facile parlare di umidità di risalita.

Ma l’acqua non stava necessariamente salendo.

In questo caso era l’aria a scendere.

Una volta compreso il fenomeno, anche la soluzione diventa molto più logica.

Se la condensazione avviene perché le superfici inferiori del campanile rimangono sufficientemente fredde da raggiungere il punto di rugiada dell’aria che scende dall’alto, bisogna modificare quella condizione termica e impedire che la base continui a comportarsi come una superficie di condensazione.

La soluzione studiata prevede quindi il riscaldamento controllato della zona inferiore del campanile durante il periodo estivo, mediante la realizzazione di un massetto reversibile di circa 10 cm, separato dalla pavimentazione esistente, all’interno del quale può essere inserita una serpentina riscaldante controllata termostaticamente.

Non serve portare il campanile a temperature elevate. Serve mantenere pavimento, attacco delle murature e strutture interessate sufficientemente al di sopra della temperatura di rugiada, eliminando la condizione fisica che permette al vapore di condensare.

La regolazione dell’impianto deve quindi essere legata alle condizioni termoigrometriche reali, mantenendo un adeguato margine rispetto al punto di rugiada e verificando successivamente l’evoluzione dell’asciugatura delle murature prima di procedere con il ripristino degli intonaci degradati.

Questo caso è interessante soprattutto perché dimostra quanto possa essere fuorviante classificare una patologia soltanto in base alla posizione nella quale compare.

Umidità alla base di una muratura non significa automaticamente umidità di risalita.

In una costruzione alta come un campanile entrano in gioco temperatura, densità dell’aria, pressione, altezza, posizione delle aperture, inerzia termica delle murature e punto di rugiada.

Una volta ricostruita correttamente la fisica del fenomeno, quello che inizialmente può sembrare un problema inspiegabile o addirittura non risolvibile diventa invece un problema tecnico sul quale è possibile intervenire.

Nell’articolo pubblicato sul sito ho ricostruito il caso, il funzionamento dell’effetto camino inverso e la soluzione prevista per impedire la formazione della condensa.

Link nel primo commento.

Hai già rifatto impermeabilizzazioni e pavimentazioni, hai controllato gli impianti, hai persino eseguito una ricerca pe...
07/09/2026

Hai già rifatto impermeabilizzazioni e pavimentazioni, hai controllato gli impianti, hai persino eseguito una ricerca perdite… ma l’umidità continua a tornare?

A quel punto è comprensibile iniziare a pensare che l’acqua arrivi dal terreno, che ci sia un’infiltrazione particolarmente difficile da individuare oppure che serva qualche altro intervento ancora più invasivo.

In questo caso erano già stati spesi, secondo quanto riferito dalla proprietà, oltre 30.000 euro.

Il degrado interessava prevalentemente la parte bassa delle murature, erano presenti distacchi degli intonaci, alterazioni delle pitture, contaminazioni biologiche e anche un importante distacco del parquet vicino alla connessione tra un tramezzo interno e la parete perimetrale.

Sintomi che potevano facilmente portare l’attenzione verso l’esterno dell’edificio.

E infatti all’esterno erano già state eseguite diverse lavorazioni.

Il problema è che continuare a intervenire sulla spiegazione più intuitiva non rende quella spiegazione necessariamente corretta.

Era stata effettuata anche una precedente ricerca della perdita, senza individuare una dispersione certa. Ma una ricerca negativa non significa automaticamente che l’impianto sia integro, perché dipende da quale prova è stata eseguita, in quali condizioni e soprattutto da quale tipo di perdita stiamo cercando.

Una piccola dispersione può essere continua, intermittente, nascosta sotto il massetto oppure talmente localizzata da non produrre un segnale evidente durante una singola verifica.

Durante la nuova diagnosi la termografia ha evidenziato una zona anomala sotto il pavimento, proprio dove il parquet presentava il maggiore distacco, e nella stessa area era presente anche acqua liquida sopra il massetto.

A quel punto aveva molto più senso ricostruire il percorso degli scarichi della cucina, confrontarlo con la distribuzione dell’umidità, effettuare prove sugli impianti e campionare massetto e murature, invece di continuare a demolire dove il danno appariva più evidente.

Quando più dati hanno iniziato a indicare la stessa zona, è stata programmata un’apertura localizzata.

Sotto il pavimento è stata trovata la tubazione di scarico e, in corrispondenza di una specifica giunzione, una piccola discontinuità compatibile con una saldatura non perfettamente uniforme.

Il sistema utilizzato era Geberit, un prodotto diffuso e tecnicamente affidabile. Per questo sarebbe scorretto raccontare il caso dicendo semplicemente che “un tubo Geberit perdeva”.

Il prodotto e la posa sono due cose differenti.

Possiamo avere il miglior materiale disponibile, ma se una lavorazione che deve essere completata in cantiere non raggiunge la prestazione prevista, il risultato finale sarà quello realmente costruito e non quello dichiarato sulla scheda tecnica.

Dopo la riparazione sono stati effettuati nuovi collaudi e le superfici sono state mantenute sotto osservazione. Nelle settimane successive massetto e murature hanno iniziato progressivamente ad asciugarsi e non sono comparse nuove dispersioni.

Questa, per me, è la verifica più importante.

Non basta trovare qualcosa che “potrebbe” essere la causa: bisogna intervenire e poi controllare che l’edificio reagisca nel modo previsto.

Il muro ci mostra dove l’acqua sta producendo un danno, ma non necessariamente dove sia entrata.

In questo caso continuare a intervenire sulle zone visibilmente degradate avrebbe significato continuare a inseguire l’acqua.

La diagnosi è servita invece a restringere progressivamente il campo fino ad arrivare a una piccola giunzione nascosta sotto il pavimento.

Nell’articolo che trovate nel primo commento ho ricostruito tutto il caso, comprese le verifiche eseguite, la ricerca precedente risultata negativa, l’apertura localizzata e i controlli effettuati dopo la riparazione.

Link nel primo commento.

03/09/2026

Ho avuto il piacere di partecipare a METRO QUADRO, il podcast ideato dall’Ing. Matteo Rossi di Studio 36, nato per raccontare in modo semplice e diretto temi legati all’ingegneria, all’architettura, al territorio e al mondo delle costruzioni.

Un progetto che prova a portare contenuti tecnici fuori dagli addetti ai lavori, attraverso il confronto con professionisti, docenti, amministratori e persone che, con esperienze diverse, possono offrire un punto di vista utile e concreto.

🎙️ In questo contributo abbiamo affrontato alcuni temi che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di farlo con un linguaggio accessibile e senza perdere la profondità degli argomenti.

Un’iniziativa che condivido volentieri anche per un altro aspetto importante: ad ogni partecipazione METRO QUADRO collega un contributo destinato al progetto “La Forza di un Sorriso”, a sostegno dei bambini dell’orfanotrofio in Senegal.

Grazie a Matteo e a tutto il team di Studio 36 per l’invito e per questa bella occasione di confronto.

🎧 METRO QUADRO è disponibile anche su Spotify e su studio36.it

Listen to this episode from MetroQuadro - Il Podcast di Studio36 on Spotify. In questa puntata di MetroQuadro incontriamo Daniele Stevoli, professionista esperto nel campo della diagnostica e della patologia edilizia.Attraverso il racconto della sua esperienza e di alcuni dei lavori più significati...

SEI APPENA ENTRATO NELLA CASA NUOVA E GIÀ TI CADE L’INTONACO?Se si manifesta un sintomo di questo tipo, ti anticipo una ...
02/09/2026

SEI APPENA ENTRATO NELLA CASA NUOVA E GIÀ TI CADE L’INTONACO?

Se si manifesta un sintomo di questo tipo, ti anticipo una cosa: non è normale soltanto perché l’edificio è nuovo e difficilmente l’acqua residua utilizzata durante la costruzione per preparare calcestruzzi, massetti, malte e intonaci può essere utilizzata come spiegazione generica per giustificare distacchi importanti degli intonaci o una proliferazione accentuata di muffe e contaminazioni biologiche.

È stata costruita male? È veramente umidità di risalita? Devo rifare l’intonaco? Si è danneggiata l’impermeabilizzazione? Devo intervenire dentro? Devo intervenire fuori?

Partiamo per gradi.

Se una costruzione recente presenta difetti di questo tipo, bisogna cercare elementi mancanti, danneggiati, discontinui o, nel peggiore dei casi, completamente assenti. Possono esistere anche condizioni meno prevedibili, ma sono proprio quelle che devono essere dimostrate e non utilizzate come spiegazione soltanto dopo che i primi tentativi non hanno funzionato.

Prima di cercare il responsabile, puntare il dito verso l’impresa, il progettista o il produttore, oppure decidere quale prodotto applicare, bisogna capire quale sia realmente il problema, perché ogni opera aggiuntiva eseguita senza una giustificazione tecnica può non soltanto essere inutile, ma rendere più difficile e costosa anche la successiva ricerca della causa.

Quando viene realizzato un edificio, la protezione dalle infiltrazioni e dall’umidità fa parte del progetto e deve essere considerata insieme a tutto ciò che successivamente viene costruito attorno ad essa.

Una diagnosi parte quindi dalle eventualità più frequenti: impianti, impermeabilizzazioni, tagliamuro, attacchi a terra, presenza del cappotto, soglie, pavimentazioni esterne, quote del terreno, modalità e periodo dell’anno in cui sono state eseguite le lavorazioni, tempi di asciugatura dei materiali e modifiche avvenute durante il cantiere.

Il problema è che ognuno di questi elementi influenza gli altri e il punto nel quale compare il degrado può trovarsi anche molto lontano dal punto in cui l’acqua è realmente entrata.

Sotto un pavimento, per esempio, possono esserci getti in calcestruzzo non perfettamente livellati e con pendenze verso zone interne, tubazioni con contropendenze, vecchi attraversamenti successivamente abbandonati, impianti il cui percorso è stato modificato durante la costruzione oppure dettagli inizialmente progettati in un modo e realizzati successivamente in un altro.

Tutte cose che, quando guardiamo soltanto la macchia sul muro, non vediamo.

Un esempio molto frequente riguarda il degrado che compare vicino agli allacciamenti dei radiatori.

La prima conclusione può essere: c’è una perdita nell’impianto.

Non necessariamente.

Se nella muratura è già presente acqua proveniente da un’altra zona, il calore prodotto dalle tubazioni può aumentare localmente l’evaporazione e concentrare proprio lì il rigonfiamento della pittura, le efflorescenze o il distacco dell’intonaco. Il punto nel quale vediamo maggiormente il danno, quindi, può essere semplicemente quello nel quale l’acqua riesce più facilmente a evaporare, mentre la sua origine si trova altrove.

Altro esempio sono i battiscopa, interni ed esterni.

Se il degrado compare alla loro altezza bisogna verificare se l’acqua arrivi realmente da sotto la pavimentazione oppure se siano la posa, i raccordi, le quote o i materiali utilizzati ad avere creato un percorso preferenziale. All’esterno questo diventa ancora più importante, perché una pavimentazione inclinata verso l’edificio, un giardino troppo alto o un collegamento non corretto tra impermeabilizzazione, cappotto e finitura possono portare acqua in punti completamente differenti da quelli nei quali successivamente vedremo il danno.

E se a questo punto ti sei chiesto: “Allora faccio una barriera chimica?”, come primo tentativo la mia risposta è no.

Soprattutto nelle costruzioni moderne realizzate con laterizi alveolari e stratigrafie complesse, prima di perforare una muratura e iniettare un prodotto bisogna sapere esattamente quale percorso dell’acqua si intende interrompere, come potrà distribuirsi il materiale e quali impianti attraversano quella zona. Fare dei fori soltanto perché il degrado è basso non trasforma automaticamente quell’intervento nella soluzione.

Una costruzione recente ci offre inoltre un vantaggio enorme rispetto a un edificio storico: spesso esiste ancora la documentazione del cantiere.

Fotografie, progetti, stratigrafie, varianti, schede dei materiali, posizione originaria degli impianti e immagini scattate prima della posa dei pavimenti possono valere molto più di una demolizione fatta alla cieca.

Per prima cosa raccoglierei tutto.

Poi vengono le verifiche.

C’è acqua disponibile da analizzare? Bene. Cerchiamo informazioni sulla sua composizione: cloro, nitrati e solfati quando pertinenti, pH, durezza, ferro, rame, eventuali indicatori microbiologici e tutto ciò che può essere utile in relazione alle possibili sorgenti che stiamo cercando.

Questi dati, confrontati con materiali, impianti, precipitazioni, terreno, falda, reti di adduzione e scarico, possono aiutare a distinguere una perdita da un’infiltrazione meteorica, un apporto proveniente dal terreno o altre sorgenti. Non basta trovare acqua: bisogna provare a capire da dove sia arrivata.

Soltanto dopo inizierei a parlare di interventi.

Nell’articolo che trovate nel primo commento ho raccolto quattro errori apparentemente banali che possono creare problemi di umidità nelle costruzioni recenti.

Sono quattro esempi.

Nella realtà ce ne possono essere molti altri.

La cosa importante è non trasformare immediatamente una macchia bassa sul muro in una diagnosi di umidità di risalita, perché il punto in cui vediamo l’acqua non coincide necessariamente con quello dal quale è entrata.

Link all’articolo nel primo commento

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44124

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