Algeri Immobiliare

Algeri Immobiliare Algeri immobiliare offre consulenza su vendite, locazioni, stime di immobili residenziali e commerciali. Segue i clienti dalla scelta della casa al rogito.

24/12/2022

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24/12/2021

Algeri immobiliare
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22/12/2021

Proroga Superbonus 110%: le novità in continuo aggiornamento:

La proroga del Superbonus 110% è ormai ufficiale: ecco tutti gli aggiornamenti legati a requisiti e caratteristiche del Bonus.

Il Superbonus 110% è la maxi-agevolazione pensata per aiutare gli italiani che desiderano ristrutturare casa e migliorarne il livello di efficienza energetica. Partita in sordina a causa delle troppe pratiche e della burocrazia articolata, ora questo provvedimento sembra finalmente prendere piede, anche grazie alla semplificazione della procedura. Il bonus è un’occasione importante, sia per il rilancio del settore edilizio colpito dalla crisi, sia per incrementare la sostenibilità delle abitazioni italiane, una caratteristica ormai cruciale. Il Superbonus 110% per questi motivi sarà prorogato fino al 2023. Il Governo sta lavorando per individuare i nuovi requisiti per accedere all’agevolazione.

Superbonus 110%: le scadenze da ricordare:
Uno dei punti importanti relativi al maxi-bonus riguarda le scadenze, che vengono continuamente smentite o confermate dal Governo. Per il momento, il Governo ha confermato le seguenti date da ricordare, che verranno comunque decise ufficialmente nella Legge di Bilancio 2022.

30 giugno 2022: per le ville unifamiliari ed edifici plurifamiliari, con un massimo di quattro unità immobiliari.
31 dicembre 2022: nel caso in cui negli edifici plurifamiliari si sia concluso il 60% dei lavori al 30 giugno 2022, il bonus si può ottenere una proroga di 6 mesi
31 dicembre 2023: condomini
30 giugno 2023: Iacp ed enti simili
31 dicembre 2023: nel caso in cui Iacp ed enti simili abbiano completato il 60% dei lavori al 30 giugno 2023.

Le coperture per i Bonus dovranno essere trovate nei 600 milioni di euro pensati per approvare le modifiche parlamentari. All’interno del Disegno della Legge di Bilancio si affronta ampiamente la questione Superbonus 110%. Ecco alcune delle più importanti conclusioni:

Limite di reddito per immobili unifamiliari: inizialmente si era pensato di prorogare il bonus per tutti, ma chi possedeva una villa o villetta doveva presentare un Isee inferiore ai 25 mila euro. Nel caso in cui fosse stato più alto, il beneficio risultava inaccessibile. Il Governo con la nuova Legge vuole lavorare su questo punto. Sembra che questo ostacolo sia caduto, anche a causa delle pressioni da parte delle associazioni di imprese e di consumatori che ritengono il limite troppo basso e discriminatorio anche per chi non è benestante. Anche tutte le parti della maggiorante sono d’accordo sull’abolizione del tetto ISEE.
Obbligo di effettuare almeno il 30% dei lavori entro giugno: si tratta della condizione da implementare nel Superbonus 110% per poter eliminare il limite ISEE per i contribuenti.
Rimangono delle incertezze legate alla proroga di alcuni lavori trainati: in particolare gli interventi per il fotovoltaico.
Discussione sull’aumento del Bonus Mobili, da 5 mila a 10 mila euro.
Questione sconto in fattura e cessione del credito: è un altro punto dolente della proroga. Le due opzioni risulterebbero troppo dispendiose, ma allo stesso tempo sono molto vantaggiose per i consumatori. Infatti, permettono di sfruttare subito il bonus senza anticipare i soldi necessari e chiedere il rimborso. Ciò avvantaggia soprattutto chi non può permettersi di anticipare l’intera cifra dei lavori edilizi. L’obiettivo è quindi quello di prorogare almeno per un altro anno le due opzioni, anche perchè si ha paura che il Superbonus 110% avrebbe un’altra battuta di arresto: non verrebbe richiesto da tante persone, che non possono anticipare l’importo.
Superbonus 110% per i condomini: l’agevolazione per i condomini verrà ridotta, secondo le ultime indiscrezioni. Il calo inizierà solo dal 2024, si passerà dal 110% al 70% e poi al 64% negli anni successivi.
Listino prezzi: viene introdotto un prezziario di tutti gli interventi ammessi al bonus, in modo da evitare rincari dei costi dei lavori da parte di imprese e professionisti. L’Agenzia delle Entrate sta, infatti, lavorando per rendere il tutto più trasparente possibile. L’avvio di un listino prezzi, ancora in definizione, è legato all’emanazione del Decreto antifrode, nato proprio per prevenire eventuali irregolarità.
Visto di conformità: questo documento diventa cruciale per accedere al Superbonus 110% secondo quanto emanato nella circolare 16/E. Il visto di conformità attesta che si ha diritto al beneficio e viene consegnato con l’asseverazione relativa alla congruità delle spese da parte di un tecnico. Il visto di conformità deve essere presentato anche se si chiede l’agevolazione sotto forma di detrazione e non solo quando si scegliere sconto in fattura o cessione del credito (come succedeva finora). Il visto non è obbligatorio se la dichiarazione viene presentata attraverso il form precompilato nella piattaforma online dell’Agenzia delle Entrate.
Proroga Superbonus 110%: le novità
Il Ministro Daniele Franco ha confermato che il Superbonus 110% è una delle agevolazioni più importanti per la ripresa economica e il Governo è intenzionato a prorogarla anche per gli anni successivi. Per capire come si muoverà il Governo si può far riferimento al NADEF, la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, documento che raccoglie dati su economia e finanza del Paese. Qui si legge “Sarà previsto il prolungamento di diverse misure di rilievo economico e sociale, tra cui il Fondo di Garanzia per le PMI e gli incentivi all’efficientamento energetico degli edifici e agli investimenti innovativi”. In base al documento, il Superbonus 110% dovrebbe essere prorogato fino al 2023, secondo quanto comunicato anche dal Ministro dell’Economia. Per avere un riscontro effettivo dovremo però attendere la Legge di Bilancio 2022.

Senato e Camera hanno approvato la Nota il 6 ottobre 2021 e questo è un importante segnale per tutti coloro che sono interessati ai Bonus Casa. Dovrebbero rimanere anche tutte le condizioni rispetto a requisiti, caratteristiche e modalità di fruizione. Quindi, verosimilmente rimarrà ancora la possibilità di ottenere il bonus sotto forma di cessione del credito e sconto in fattura.

Superbonus 110% non potrà durare a lungo
Il Governo ha aggiunto che la scadenza del Superbonus 110% non sarà tra molti anni perchè si tratta di un provvedimento costoso e che, se non controllato, può provocare delle distorsioni nel settore delle costruzioni. Il Ministro dell’Economia durante l’audizione del Nadef 2021 ha confermato che questo strumento non è sostenibile per lungo tempo. Ciò fa capire che verrà prorogato nel 2023 ma poi si fermerà, a meno che non venga riformulato rispetto a come è ora.

Inoltre, si parla anche della possibilità di includere altri tipi di edifici che possano beneficiare del bonus: “si dovrà valutare la possibilità di estenderlo ad altre tipologie di edifici, al fine di garantire un patrimonio immobiliare energeticamente efficiente a prescindere dalle situazioni preesistenti e in termini assoluti, mediante la semplificazione dell’accesso e degli strumenti operativi e finanziari alla misura.” In particolare, si valuterà la possibilità di includere anche immobili collabenti, cioè in stato di degrado.

Insomma, a partire dal prossimo anno, il Superbonus 110% potrebbe essere, non solo riconfermato ufficialmente per tutto il 2023, ma verrà ampliato ad altre tipologie di immobili e verranno semplificate le procedure di accesso all’agevolazione.

Il Parlamento, con queste procedure, ha un obiettivo specifico: “costruire un approccio organico, sostenibile e strutturale, volto a implementare politiche pubbliche che tutelino e mettano al riparo da oscillazioni eccessive del prezzo dell’energia elettrica, microimprese e clienti finali, soprattutto civili vulnerabili o in condizioni di povertà energetica”.

Non rimane che attendere le comunicazioni ufficiali, la Legge di Bilancio 2022 e i relativi decreti attuativi. Nel frattempo, si può ancora accedere al Superbonus 110% con la procedura semplificata. Chi ha intenzione di ristrutturare casa può, quindi, contattare subito le ditte della propria zona.

Cit. Casa Magazine

21/10/2021

Come sanare un abuso edilizio:
L’abuso edilizio è un reato commesso da chi effettua un intervento sul territorio senza averne l’autorizzazione. L’abuso si verifica anche quando l’intervento è difforme dall’autorizzazione concessa dal Comune.

Come evitare la demolizione di un immobile abusivo
Tuttavia, in caso di abuso edilizio è possibile evitare la demolizione del bene, chiedendo la sanatoria dello stesso. Sanare un abuso edilizio è possibile solo quando la costruzione è conforme al piano regolatore vigente.

La sanatoria prevede una verifica della doppia conformità dell’intervento edilizio. L’immobile deve essere conforme sia alla normativa vigente al momento in cui l’intervento è stato realizzato che a quella in vigore quando viene presentata la sanatoria.

La concessione della sanatoria non può essere subordinata in alcun caso alla realizzazione di ulteriori interventi. Se l’immobile non soddisfa le suddette condizioni, è prevista la sanzione amministrativa per l’abuso edilizio e di conseguenza il bene va demolito.

Come presentare la richiesta per un permesso in sanatoria
È possibile presentare la richiesta per un permesso in sanatoria in caso di interventi realizzati senza il permesso di costruire o con permesso difforme. Inoltre, è possibile fare la richiesta in assenza di Scia, cioè della segnalazione certificata di inizio attività o con segnalazione difforme. In entrambi i casi, per ottenere la sanatoria, occorre rispettare il termine di 90 giorni dall’ingiunzione di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi l’istanza viene presentata all’ufficio comunale competente, dove il dirigente si pronuncerà in merito con la dovuta motivazione entro 60 giorni.

La richiesta di sanatoria di un abuso edilizio può essere presentata: dal proprietario dell’immobile; dall’inquilino, in caso di locazione dell’immobile; dal soggetto che intende acquistare l’immobile e ha sottoscritto un contratto preliminare di compravendita; e dal responsabile dell’abuso.

Quando viene concessa la sanatoria dell’abuso edilizio
La sanatoria viene concessa solo dopo il pagamento del contributo di costruzione, che equivale all’entità dell’abuso o all’incremento del valore di mercato del bene. Il contributo di costruzione non può essere inferiore ai 516€ ed è raddoppiato quando si costruisce senza la dichiarazione di inizio attività o in difformità all’autorizzazione.

La sanatoria non mette al riparo chi ha commesso l’abuso edilizio dalla sanzione penale. In tal caso l’ammenda varia a seconda dell’abuso commesso. Ad esempio, per l’inosservanza delle norme, delle prescrizioni o delle modalità esecutive l’ammenda ammonta fino a 10.329€. In assenza del permesso di costruire o per l’opera in totale difformità è previsto l’arresto fino a due anni e un’ammenda che va dai 5.164€ ai 51.645€. Nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio, l’arresto fino a due anni e un’ammenda che va dai 15.493€ ai 51.645€.

Sanando un abuso edilizio, non serve poi pagare la sanzione amministrativa e l’opera non deve essere più demolita. Il lavoro illecito è salvo dopo che ci sarà stato il pagamento dell’ammenda.

cit.

30/07/2021

Superbonus 110% semplificato: tutte le novità.
Richiedere il Superbonus 110% sarà più facile, il Governo lavora alla procedura semplificata, senza burocrazia. Ecco come funziona:

Il Superbonus 110% è la maxi-agevolazione pensata per incentivare le ristrutturazioni e l’efficientamento energetico di edifici e abitazioni. Purtroppo, ad oggi – nonostante sia già stata richiesta da tanti italiani – non ha raggiunto gli obiettivi prefissati: ad aprile 2021 sono state inoltrate poco più di 12.700 domande, 10% da condomini e 90% da case indipendenti. Molti evitano di imbarcarsi nella procedura complessa e decidono di non richiedere l’incentivo perchè la burocrazia è tanta e i tempi d’attesa lunghi. Per questo motivo si è deciso di semplificarlo. La conversione del Decreto Legge Semplificazioni è stata approvata il 23 luglio dalla Camera dei Deputati. L’obiettivo è rendere accessibile il bonus grazie ad un modello unico valido in tutta Italia, ovvero la Comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila).

Superbonus 110% semplificato grazie alla CILA
Il Ministero della Pubblica Amministrazione in collaborazione con gli enti locali, l’Ance e la Rete delle professioni tecniche sta lavorando a un modulo unico, valido in tutti i Comuni italiani, che servirà per iniziare i lavori e avere il Superbonus 110%. Il documento verrà terminato e presentato entro la fine di luglio alla Conferenza unificata. Inoltre, se il DDL passerà al Senato (sempre entro il 30 luglio) allora la procedura del Superbonus 110% sarà finalmente più facile da affrontare per i tanti italiani interessati a ristrutturare casa.

Infatti, basterà consegnare la CILA al Comune in cui è ubicato l’immobile, a cui bisognerà aggiungere l’asseverazione tecnica. Tutti gli interventi trainanti e trainati saranno inclusi nella nuova procedura ad esclusione degli edifici da demolire e ricostruire da zero.

Superbonus 110% semplificato: caratteristiche della CILA
La CILA conterrà tutti i dati del richiedente, le informazioni relative al permesso di costruire o altro provvedimento che legittima l’esistenza dell’immobile. Per gli immobili più datati per i quali è difficile avere tutte le documentazioni, sarà sufficiente comunicare che sono stati costruiti prima del 1° settembre 1967.

LA CILA viene inserita nel Testo Unico dell’Edilizia nel 2010 e permette di iniziare interventi edilizia senza dover obbligatoriamente presentare il titolo abitativo, documento realizzato da un tecnico e comunicato all’Ufficio Tecnico del Comune.

Quindi la procedura viene semplificata in modo importante e con questo passo si auspica che gli italiani inoltreranno le domande finora rimandate. Infatti, viene abolita l’attestazione di stato legittimo dell’immobile che richiedeva tempi d’attesa lunghissimi (una media di 3 mesi solo per la verifica di abitazioni e documenti) ed era molto costosa. Eliminare questa procedura equivale a risparmiare circa 110 milioni di euro di soldi pubblici. L’obiettivo del Superbonus 110% è aumentare nel complesso gli edifici efficienti in Italia, più sostenibili e innovativi, e incrementare anche il numero di interventi antisismici. Oltre alla CILA, il Governo lavora anche alla semplificazione dei lavori di edilizia libera: non servirà più presentare l’agibilità, ma un modulo in cui si descrivono gli interventi previsti.

Insomma, presto ristrutturare casa a costo zero (o quasi) sarà ancora più facile grazie al Superbonus 110% semplificato. Quindi, chi finora ha rimandato gli interventi può subito contattare una ditta di ristrutturazioni per chiedere informazioni circa lavori e costi.

Cit. Casa Magazine

23/06/2021

Bonus prima casa giovani under 36: dalle tasse al mutuo, requisiti e come funziona.
Al via le domande da giovedì 24 giugno per le agevolazioni under 36 previste per la prima casa nel dl Sostegni bis. Come ottenerlo e quando e come fare domanda.
Ma di cosa si tratta esattamente?
Il bonus prima casa è una speciale garanzia dello Stato sull’80% della quota capitale del mutuo per la prima casa. La misura è stata inserita nel decreto Sostegni bis per aiutare i più giovani nell’acquisto della prima casa.

La misura prevede che tutti i giovani che non abbiano ancora compiuto 36 anni, a determinate condizioni, possano accedere al Fondo di garanzia sui mutui per la prima casa, ottenendo di fatto un prestito dalla banca per un importo pari al 80% del prezzo della casa garantito dallo Stato.

Per presentare la domanda c’è tempo da giovedì 24 a mercoledì 30 giugno 2021.

Bonus prima casa giovani, i requisiti
Ecco i requisiti per accedere:

meno di 36 anni nell’anno di rogito
acquisto prima casa
Isee inferiore ai 40mila euro annui
non serve contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Per poter accedere al beneficio fiscale è necessario presentare le condizioni previste per il cosiddetto bonus prima casa. Quindi:

non bisogna possedere altri immobili, ovunque situati, ricevuti in precedenza con tale bonus. Diversamente bisognerà cederli
se si è titolari, anche per quote, di una abitazione nello stesso Comune di quella da acquistare, questa andrà ceduta entro 1 anno dal rogito. Bisogna quindi spostare la propria residenza entro 18 mesi dal rogito nel Comune dove si trova l’immobile da acquistare;
l’abitazione non deve essere di lusso, ossia non deve essere accatastata nelle categorie A/8 e A/9.
Bonus prima casa giovani, come funziona
Il bonus prima casa under 36 prevede due aiuti:

agevolazioni sulle imposte da versare sul mutuo
sconto delle tasse sull’atto di compravendita.
Per quanto riguarda le spese di mutuo, gli under 36 che beneficiano del bonus prima casa non devono versare l’imposta sostitutiva né le imposte di registro, ipotecaria e di bollo.

Per quanto riguarda le tasse sull’atto di rogito, sia per chi compra da un privato che per chi acquista da un’impresa, l’agevolazione consiste nell’azzeramento delle 3 imposte previste:

di registro
ipotecaria
catastale.
Da pagare rimangono solo 320 euro totali, per:

imposta di bollo
tasse ipotecarie
tributi speciali catastali.
Bonus prima casa giovani, come utilizzare il credito d’imposta ottenuto
Nel caso della compravendita da impresa, soggetta ad Iva, l’Iva deve essere pagata al venditore, ma l’acquirente matura un credito d’imposta, non rimborsabile, da spendere in questi modi:

per pagare imposte di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni dovute su atti e denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito;
per pagare l’Irpef dovuta in base alla dichiarazione dei redditi da presentare successivamente alla data dell’acquisto;
per compensare somme dovute a titolo di ritenute d’acconto, di contributi previdenziali o assistenziali o di premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali.

Cit. Qui Finanza

19/05/2021

Amministratore di condominio: ecco quando è obbligatorio nominarlo:
L’amministratore di condominio è una figura molto importante, che permette di gestire al meglio la vita all’interno di un plesso. Nominare una persona professionale e competente è sicuramente d’aiuto per diversi aspetti. Ci sono, infatti, tanti dettagli da considerare quando si amministra un condominio ed è spesso difficile mettere tutti d’accordo oppure monitorare le attività e le spese correttamente. Ma quando è obbligatorio nominare un amministratore condominiale e quando no? Cosa si rischia se non si rispetta la regola? Ecco tutte le risposte.

Quando è obbligatorio nominare l’amministratore di condominio
L’amministratore di condominio non è sempre una figura obbligatoria, ma è necessaria nel caso in cui si superino gli otto appartamenti, detti anche condomini. Infatti, il condominio nasce quando una proprietà è divisa da un minimo di due immobili con differente proprietario. Un amministratore si può comunque nominare anche quando i proprietari sono meno di otto.

L’amministratore è il rappresentante dei condomini e agisce in loro nome al fine di gestire correttamente le parti comuni del plesso. Per esempio si occupa della gestione dei lavori straordinari, come la riparazione dell’ascensore, fino a quelli ordinari, come la pulizia delle scale o del parcheggio interno e così via. Si occupa anche di interventi speciali, come l’installazione delle colonnine per le auto elettriche. In ogni caso è necessario nominarlo dopo una scelta dettata dalla maggioranza di condomini, durante l’assemblea condominiale. Purtroppo spesso l’assemblea si conclude con un nulla di fatto e nessuna proposta raggiunge la maggioranza.

Cosa succede se non si nomina l’amministratore di condominio
Quando ci sono almeno otto proprietari si procede quindi alla nomina dell’amministratore: se questo non accade, i condomini possono auto-gestirsi e quindi non è prevista alcuna sanzione. Infatti, al momento della nomina occorre effettuare la voltura del legale rappresentante del condominio, associando il codice fiscale.

Il comma I dell’art. 1129 del Codice Civile dice che quando i condomini sono più di otto occorre nominare l’amministratore e se l’assemblea non provvede “la nomina di un amministratore è fatta dall’autorità giudiziaria su ricorso di uno o più condomini o dell’amministratore dimissionario”.

Quindi se un proprietario nota questa mancanza può subito fare ricorso, rivolgendosi al Tribunale di riferimento, quello situato dunque nel Comune dell’immobile, in modo da ottenere un rappresentante condominiale. Per questa operazione occorre però pagare circa 200 € e un avvocato difensore.

In mancanza di un amministratore, un condomino può farsi carico della gestione. E il suo valore è comunque riconosciuto dal Codice Civile: “in mancanza dell’amministratore, sul luogo di accesso al condominio o di maggior uso comune, accessibile anche ai terzi, è affissa l’indicazione delle generalità e dei recapiti, anche telefonici, della persona che svolge funzioni analoghe a quelle dell’amministratore”.

La carica dell’amministratore condominiale: quanto dura e come si revoca
L’amministratore rimane in carica per circa un anno, ma il suo mandato viene rinnovato automaticamente dopo il primo mandato, mentre per gli anni successivi occorre riconfermarlo, sempre tramite la maggioranza dei condomini in assemblea.

La nomina può essere revocata sempre con la maggioranza. Quando avviene per giusta causa, la revoca è immediata e non si deve nulla all’amministratore. In molti casi, i condomini si possono anche rivolgere al Tribunale, soprattutto se l’amministratore non ha provveduto a importanti doveri, come l’apertura del conto condominiale.

Mentre se la revoca non avviene per colpa dell’amministratore, lui può richiedere un risarcimento dovuto alla perdita dei suoi guadagni. Se non si vuole pagare si può attendere la scadenza del suo mandato e non rinnovare il suo contratto.

Cit. Casa Magazine

03/03/2021

Pulizie condominiali, come gestire le spese e altre regole:

Con l’espressione “pulizie condominiali” si fa riferimento alle attività di igienizzazione eseguite nelle parti comuni di un plesso: dalla pulizia dell’ascensore, a quella del cortile interno, alla pulizia delle scale condominiali e altre zone frequentate da tutti gli inquilini. La gestione delle attività e delle relative spese può provocare diverbi durante le riunioni di condominio, e in questi momenti sorgono anche diverse domande: è obbligatorio pagare le spese oppure si possono fare pulizie fai da te? Sarebbe meglio affidarsi a una ditta di pulizie? E in questo caso chi la sceglie e chi da l’incarico condominiale? In questo articolo rispondiamo a tutti i dubbi e le domande sull’argomento.

Regole Pulizie Condominiali: chi le decide
Tra i diversi obiettivi del Codice Civile c’è anche quello di regolare la vita all’interno di un condominio, dove convivono diverse persone, ognuna con le proprie esigenze, opinioni e reddito. Generalmente tutte le decisioni vengono stabilite all’interno della riunione di condominio. Per quanto riguarda le pulizie ci sono tre opzioni: incaricare un’impresa di pulizia, una persona interna o esterna oppure fare a turno tra i condomini nelle pulizie.

La terza opzione, anche se meno costosa, è sicuramente quella più difficile da applicare anche perchè la Cassazione ha deliberato che nel caso venga scelta tale opzione non si possono obbligare i condomini a partecipare. Mentre nel caso si decida di mettere una quota per pagare un’impresa di pulizie tutti sono tenuti a farlo. Più precisamente l’obbligo ricade sul proprietario dell’immobile, che l’amministratore contatterà in caso di ritardo. Nel caso non si volessero sostenere determinate spese è necessario contestare le decisioni prese durante la riunione di condominio, impugnando il verbale entro 30 giorni dalla stessa.

Affidarsi a una persona esterna o una ditta di pulizie è quindi la scelta migliore per avere sempre le parti comuni in ordine e libere dallo sporco.

Come si sceglie e chi da l’incarico condominiale alla ditta di pulizie
Dopo aver deciso di dare l’incarico a un professionista, non rimane che sceglierlo. a questo punto si possono chiedere preventivi alle ditte di pulizia e decidere a chi affidare il lavoro durante l’assemblea. Anche in questo caso le decisioni devono essere verbalizzate. L’amministratore condominiale da l’incarico alla ditta di pulizie.

La decisione presa, dopo essere stata comunicata, gestita e verbalizzata durante l’assemblea, vincola i condomini che sono tenuti a pagare la propria quota millesimale. Inoltre, è da specificare che l’amministratore di condominio può dare da solo l’incarico a una ditta, perchè le pulizie fanno parte dell’amministrazione ordinaria, su cui l’amministratore ha ampio potere decisionale. Solitamente però si comunica il tutto in riunione per non creare malumori.

Pulizie condominiali: gestione delle spese
Un altro argomento scottante è la ripartizione delle spese, che non devono essere ripartite in modo equo per evitare sanzioni o querele. Su questo argomento viene in aiuto il Codice Civile dove ci sono delle precise regole dedicate proprio alla pulizia delle scale condominiali (articoli 1117, 1123 e 1134). Nello specifico, le spese sono ripartite in base a quanto ognuno utilizza una determinata parte comune. Per esempio, chi abita al piano terra non è tenuto a integrare nella rata condominiale la pulizia delle scale o quella dell’ascensore, perchè non ne usufruisce. I condomini anche se ritengono eccessiva la quota sono tenuti a pagarla.

Come scegliere la ditta di pulizie per il condominio.
Siamo dunque arrivati alla scelta e all’incarico alla ditta di pulizie. Occorre trovare un’impresa professionale, preparata e scrupolosa che possa dare soddisfazione a tutti gli abitanti dello stabile.

Cit. Casa Magazine

11/02/2021

Bonus facciate al 90%, novità sulla cessione del credito, come funziona:
Il decreto Rilancio ha previsto anche per il bonus facciate la possibilità di cedere il credito al posto dell’utilizzo diretto della detrazione del 90%. Dunque chi realizza lavori agevolati con il bonus facciate può optare o per la cessione del credito di imposta corrispondente alla detrazione o per lo sconto in fattura, per i lavori iniziati dal 1° gennaio 2020 e fino al 31 dicembre 2021.

Bonus facciate, come funziona la cessione del credito
Prima dell’entrata in vigore del Decreto Rilancio il 19 maggio 2020, la cessione del credito e lo sconto in fattura non erano previsti per il bonus facciate. Con un’aliquota del 90% e nessun tetto di spesa, era già un’agevolazione piuttosto conveniente.
Il decreto Rilancio ha esteso lo sconto in fattura e la cessione del credito a tutti i lavori agevolati, per far fronte alla crisi causata dall’emergenza Coronavirus e stimolare la domanda di lavori, e ha previsto la possibilità di optare per la cessione del credito o lo sconto in fattura per i lavori iniziati a partire dal 1° gennaio 2020.
Quindi per effetto del Decreto Rilancio, chi ha diritto al bonus facciate può scegliere:

la detrazione 90% Irpef o Ires in dieci anni;
la cessione del credito di imposta corrispondente alla detrazione a fornitori, altri soggetti, banche e istituti di credito;
lo sconto in fattura sul corrispettivo dovuto.
Queste opzioni sono valide per i lavori realizzati nel 2020 e nel 2021. La cessione può essere fatta agli istituti di credito e altri intermediari finanziari o, in alternativa, ai fornitori che hanno effettuato gli interventi sotto forma di sconto in fattura.
Il vantaggio ovviamente è che sia lo sconto in fattura che la cessione del credito consentono di recuperare subito il 90% del bonus facciate spettante, senza attendere i 10 anni di tempo previsti per l’utilizzo in detrazione fiscale.

Cessione del credito, cosa cambia col dl Rilancio
L’articolo 121 del decreto Rilancio, ha previsto la possibilità di trasformare una serie di detrazioni fiscali in credito di imposta cedibile e in sconto sul corrispettivo dovuto, per tutta una serie di spese sostenute negli anni 2020-2021, a fronte di interventi in precedenza esclusi da tale opportunità. Oltre al superbonus 110%, le novità si applicano per le spese relative agli interventi di:

recupero del patrimonio edilizio (detrazione del 36-50%);
efficienza energetica su edifici esistenti (detrazione dal 50 all’85%), quindi tutti gli interventi che rientrano anche nell’ecobonus tra cui infissi, pompe di calore, caldaie a condensazione o a biomasse, schermature solari, interventi su parti comuni di edifici condominiali (con eventuale combinazione con adeguamenti antisismici);
recupero/restauro della facciata di edifici esistenti con il bonus del 90% (in 10 anni);
installazione di impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo con detrazioni al 50% (in 10 anni);
interventi coperti dal sismabonus (dal 50 all’85% in 5 o 10 anni);
installazione di colonnine di ricarica per veicoli elettrici (50% in 10 anni).
C’è un’efficacia retroattiva per la cessione del credito, applicabile agli interventi che non hanno diritto al superbonus del 110%. Ad esempio, chi ha installato un impianto fotovoltaico all’inizio del 2020 con la detrazione fiscale del 50%, la può trasformare in un credito d’imposta cedibile a tutti, comprese le banche. La compensazione dovrà essere applicata con la stessa ripartizione annuale prevista per le rispettive detrazioni; dunque, in 10 anni per gli interventi coperti da detrazioni per le ristrutturazioni edilizie “normali” o dall’ecobonus.

Cit. Qui Finanza

24/12/2020

Algeri immobiliare augura un felice Natale e un sereno anno nuovo

01/06/2020

Il vicino può tagliare i rami del mio albero?

Tagliare o meno i rami del tuo albero potrebbe essere oggetto di discussione e contestazione con il tuo vicino. Ecco le regole da seguire.

Sei il proprietario di una bella villa con annesso un giardino rigoglioso, che curi quotidianamente ormai da anni. Le tue piante sono, quindi, cresciute abbondanti ed indisturbate e, nella loro inevitabile maturazione, hanno proteso buona parte dei propri rami nella proprietà confinante. Infatti, anche se hai piantato il tuo albero alla dovuta distanza, purtroppo non ne hai potuto impedire lo sviluppo naturale. Insomma, questo, ormai fattosi grande ed allargatosi, ha invaso comunque il fondo confinante ed allora ti chiedi: il vicino può tagliare i rami del mio albero? Oppure, a parti invertite, mettiamo il caso che sia stata la tua proprietà ad essere invasa dai rami di un albero di alto fusto, presente nel giardino confinante. Ovviamente si tratta di una situazione che non tolleri: i rami anzidetti, infatti, hanno trapassato le tue siepi, peraltro danneggiandole. Oppure i rami invadenti, robusti e frastagliati hanno danneggiato il tetto di un piccolo magazzino/attrezzi nella tua proprietà: se ciò è accaduto, chi dei due proprietari deve procedere alla potatura dei predetti rami? Il vicino possessore dell’albero invadente oppure quello nel cui giardino si sono protesi i rami? Se la potatura spetta al vicino proprietario dell’albero invadente, l’altro può costringerlo a tagliare i rami oppure deve attendere la buona volontà del medesimo? Si tratta di domande più che lecite a cui cerchiamo di dare una risposta.

La distanza delle piante dal confine

Quando si parla di piante e di rapporti di vicinato, la questione delle distanze diventa fondamentale da chiarire. Ebbene, se vuoi sapere quale deve essere la distanza da rispettare nel piantare, ad esempio, un albero e rispetto al confine altrui, devi fare riferimento ai regolamenti comunali. Se dopo aver assunto informazioni presso il tuo Comune, non hai avuto risposta in tal senso, magari semplicemente perché non sono stati emanati dei regolamenti comunali in materia, devi giocoforza rifarti alla legge. Ebbene, quest’ultima prevede delle distanze minime da osservare a proposito delle piante e del confine altrui. In particolare dice la legge che:
per gli alberi di alto fusto (quali le querce o i castagni), la distanza minima dal confine deve essere di tre metri;
per quelli non di alto fusto, la distanza minima dal confine deve essere di un metro e mezzo;
per arbusti, siepi, viti ed alberi da frutto di altezza non superiore ai due metri e mezzo, la distanza minima dal confine deve essere di mezzo metro;
per le di siepi di ontano, castagno o piante simili, la distanza minima dal confine deve essere di un metro;
per le siepi di robinie, la distanza minima dal confine deve essere di due metri.

La presenza di un muro divisorio potrebbe consentire di non rispettare le descritte distanze, ma solo a condizione che la pianta incriminata non superi il muro stesso.

Se il tuo vicino ha una pianta ad una distanza inferiore a quella prevista dalla legge, hai diritto alla sua rimozione (tecnicamente si dice estirpazione), anche facendo causa al proprietario indifferente ai suoi obblighi.

Il taglio dei rami nel fondo altrui

Quando dei rami appartenenti ad un albero sito e di proprietà nel fondo altrui, si protendono all’interno della tua proprietà, hai il diritto di pretendere che a tagliarlo sia proprio il tuo vicino.

Si tratta di un diritto esplicitamente previsto dalla legge e che trova riconoscimento nella giurisprudenza della Cassazione. Secondo la Suprema Corte, infatti, il codice civile riconosce al proprietario invaso dai rami altrui, il potere di costringere il vicino al taglio. Si tratta di un diritto:

che non può essere oggetto di usucapione. In altri termini, il vicino, trascorso vent’anni dalla prima volta che i rami del suo albero hanno invaso la proprietà altrui, non può pretendere di aver acquistato il diritto di lasciarli così come sono. In termini tecnici, in questo caso si parla di diritto imprescrittibile;
che può e deve essere esercitato, indipendentemente dalla presenza o meno di un muro divisorio ed anche se è rispettata la distanza tra le piante e il confine, prevista dalla legge;
che può essere oggetto di una servitù. Ad esempio, i due vicini potrebbero concordare che i rami si possano protendere nella proprietà altrui senza alcun limite oppure entro una determinata lunghezza. In quest’ultimo caso, il proprietario del fondo invaso, potrebbe comunque pretendere il taglio dei rami che in eccedenza alla descritta misura si dovessero protendere nella proprietà interessata.

Infine, ricordati che il tuo vicino ha altresì il diritto di tagliare le radici del tuo albero che si sono propagate nel suo giardino nonché ha il diritto di raccogliere e fare propri i frutti caduti dai rami protesi (fatta salva la regola contraria, eventualmente sancita dagli usi locali).

Consigli pratici
Come avrai sicuramente compreso, se ci sono dei rami di un albero, appartenente al tuo vicino, che invadono il tuo giardino:

hai il diritto di pretendere che al taglio provveda il vicino stesso ed a sue spese;
hai il diritto al risarcimento, ove mai dalla situazione appena descritta siano derivati dei danni alla tua proprietà (ad esempio, se i rami in questione hanno danneggiato la copertura di un manufatto presente nella tua proprietà).
Detto ciò, sarebbe consigliabile far precedere ogni tua iniziativa da una comunicazione formale al vicino interessato, con la quale gli ricorderesti i suoi doveri e lo inviteresti alla potatura in questione. Per questo non necessiteresti dell’assistenza di un legale, anche se l’invio della predetta lettera per mezzo di un avvocato, potrebbe rivelarsi più incisiva e di maggior effetto per il destinatario. In mancanza di ogni riscontro, purtroppo l’azione legale sarebbe inevitabile, per costringere il tuo vicino a procedere alla descritta potatura. Se ciò si dovesse rendere necessario, sarà compito del tuo legale di fiducia preventivarti i costi della causa (la cui competenza appartiene al Giudice di pace competente per territorio).

Cit. La legge per tutti

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